domenica 9 gennaio 2011

Il Libro di Giobbe - Diciassettesimo appuntamento

Prosegue l'appuntamento con Il Libro di Giobbe con la risposta di quest'ultimo agli amici che imperversano contro di lui:

19

1Giobbe allora rispose:
2Fino a quando mi tormenterete
e mi opprimerete con le vostre parole?
3Son dieci volte che mi insultate
e mi maltrattate senza pudore.
4È poi vero che io abbia mancato
e che persista nel mio errore?
5Non è forse vero che credete di vincere contro di me,
rinfacciandomi la mia abiezione?
6Sappiate dunque che Dio mi ha piegato
e mi ha avviluppato nella sua rete.
7Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta,
chiedo aiuto, ma non c'è giustizia!
8Mi ha sbarrato la strada perché non passi
e sul mio sentiero ha disteso le tenebre.
9Mi ha spogliato della mia gloria
e mi ha tolto dal capo la corona.
10Mi ha disfatto da ogni parte e io sparisco,
mi ha strappato, come un albero, la speranza.
11Ha acceso contro di me la sua ira
e mi considera come suo nemico.
12Insieme sono accorse le sue schiere
e si sono spianata la strada contro di me;
hanno posto l'assedio intorno alla mia tenda.
13I miei fratelli si sono allontanati da me,
persino gli amici mi si sono fatti stranieri.
14Scomparsi sono vicini e conoscenti,
mi hanno dimenticato gli ospiti di casa;
15da estraneo mi trattano le mie ancelle,
un forestiero sono ai loro occhi.
16Chiamo il mio servo ed egli non risponde,
devo supplicarlo con la mia bocca.
17Il mio fiato è ripugnante per mia moglie
e faccio schifo ai figli di mia madre.
18Anche i monelli hanno ribrezzo di me:
se tento d'alzarmi, mi danno la baia.
19Mi hanno in orrore tutti i miei confidenti:
quelli che amavo si rivoltano contro di me.
20Alla pelle si attaccano le mie ossa
e non è salva che la pelle dei miei denti.
21Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici,
perché la mano di Dio mi ha percosso!
22Perché vi accanite contro di me, come Dio,
e non siete mai sazi della mia carne?
23Oh, se le mie parole si scrivessero,
se si fissassero in un libro,
24fossero impresse con stilo di ferro sul piombo,
per sempre s'incidessero sulla roccia!
25Io lo so che il mio Vendicatore è vivo
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
26Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,
senza la mia carne, vedrò Dio.
27Io lo vedrò, io stesso,
e i miei occhi lo contempleranno non da straniero.
Le mie viscere si consumano dentro di me.
28Poiché dite: "Come lo perseguitiamo noi,
se la radice del suo danno è in lui?",
29temete per voi la spada,
poiché punitrice d'iniquità è la spada,
affinché sappiate che c'è un giudice.


COMMENTO

Le parole di Giobbe in risposta ai suoi amici sono certamente parole di un uomo che soffre per tutte le tribolazioni che vive e per l'incomprensione di chi gli sta accanto. Mostrano anche l'infedeltà di uomini che nel momento del gaudio sono vicini ma nel dolore si allontanano. In queste situazioni si riconosce il vero amico dal falso. Se i fratelli, le ancelle, il servo di Giobbe fossero stati uomini fedeli e caritatevoli non lo avrebbero abbandonato. Addirittura Giobbe dice di far schifo ai figli di sua madre, cioè ai suoi fratelli. E' una situazione davvero molto triste perché qui vediamo un uomo bisognoso abbandonato da tutti senza ricevere il conforto di nessuno. Il conforto però Giobbe lo riceve nella fede in Dio; dice infatti: "Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero". La consolazione della salvezza conforta l'uomo tribolato e gli da la forza di sopportare ogni dolore. Da questa frase possiamo poi trarre una riflessione: Giobbe non pensa mai di farla finita, ma spera nell'attesa della salvezza. Giobbe è un bel modello ad imitare poiché egli ci insegna a non demordere ma di fare della sofferenza un'offerta a Dio e un'occasione per crescere nella fede e nella fedeltà, nell'obbedienza e nelle virtù. La sofferenza poi è un po' come la fede nuziale che attesta l'unione dell'anima al Suo Sposo Divino; Gesù infatti ha sofferto e l'anima che soffre unitamente a Cristo suggella l'unione con la sofferenza. Nella liturgia del matrimonio gli sposi si dicono con la promessa di fedeltà "prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita"; Anche noi anime spose di Cristo dobbiamo essere fedeli sempre al Signore nella gioia come nella sofferenza, nella salute come nell'infermità. Giobbe ha saputo rimanere fedele al Signore anche nel dolore e nella malattia, non soltanto solo quando si trovava nella gioia e nella salute, nella prosperità nella quale viveva.

In conclusione possiamo dire che Giobbe è una prefigurazione del Cristo sofferente e di ciascun cristiano fedele al Signore anche nella sofferenza come sono stati San Francesco d'Assisi, San Pio da Pietrelcina e tanti altri santi. Anche noi come Giobbe possiamo dire che un giorno se saremo fedeli potremo contemplare il Volto del Signore, non da stranieri ma da figli obbedienti e innamorati del loro Padre.

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