lunedì 28 febbraio 2011

I Proverbi - Ventiquattresimo appuntamento

Anche oggi torna l'appuntamento del lunedì con il Libro dei Proverbi. Siamo giunti al ventiquattresimo capitolo che dà buoni consigli, come sempre, e istruisce per una buona condotta:
 
1Non invidiare gli uomini malvagi,
non desiderare di stare con loro;
2poiché il loro cuore trama rovine
e le loro labbra non esprimono che malanni.
3Con la sapienza si costruisce la casa
e con la prudenza la si rende salda;
4con la scienza si riempiono le sue stanze
di tutti i beni preziosi e deliziosi.
5Un uomo saggio vale più di uno forte,
un uomo sapiente più di uno pieno di vigore,
6perché con le decisioni prudenti si fa la guerra
e la vittoria sta nel numero dei consiglieri.
7È troppo alta la sapienza per lo stolto,
alla porta della città egli non potrà aprir bocca.
8Chi trama per fare il male
si chiama mestatore.
9Il proposito dello stolto è il peccato
e lo spavaldo è l'abominio degli uomini.
10Se ti avvilisci nel giorno della sventura,
ben poca è la tua forza.
11Libera quelli che sono condotti alla morte
e salva quelli che sono trascinati al supplizio.
12Se dici: "Ecco, io non ne so nulla",
forse colui che pesa i cuori non lo comprende?
Colui che veglia sulla tua vita lo sa;
egli renderà a ciascuno secondo le sue opere.
13Mangia, figlio mio, il miele, perché è buono
e dolce sarà il favo al tuo palato.
14Sappi che tale è la sapienza per te:
se l'acquisti, avrai un avvenire
e la tua speranza non sarà stroncata.
15Non insidiare, o malvagio, la dimora del giusto,
non distruggere la sua abitazione,
16perché se il giusto cade sette volte, egli si rialza,
ma gli empi soccombono nella sventura.
17Non ti rallegrare per la caduta del tuo nemico
e non gioisca il tuo cuore, quando egli soccombe,
18perché il Signore non veda e se ne dispiaccia
e allontani da lui la collera.
19Non irritarti per i malvagi
e non invidiare gli empi,
20perché non ci sarà avvenire per il malvagio
e la lucerna degli empi si estinguerà.
21Temi il Signore, figlio mio, e il re;
non ribellarti né all'uno né all'altro,
22perché improvvisa sorgerà la loro vendetta
e chi sa quale scempio faranno l'uno e l'altro?

23Anche queste sono parole dei saggi.
Aver preferenze personali in giudizio non è bene.
24Se uno dice all'empio: "Tu sei innocente",
i popoli lo malediranno, le genti lo esecreranno,
25mentre tutto andrà bene a coloro che rendono giustizia,
su di loro si riverserà la benedizione.
26Dà un bacio sulle labbra
colui che risponde con parole rette.
27Sistema i tuoi affari di fuori
e fatti i lavori dei campi
e poi costruisciti la casa.
28Non testimoniare alla leggera contro il tuo prossimo
e non ingannare con le labbra.
29Non dire: "Come ha fatto a me così io farò a lui,
renderò a ciascuno come si merita".
30Sono passato vicino al campo di un pigro,
alla vigna di un uomo insensato:
31ecco, ovunque erano cresciute le erbacce,
il terreno era coperto di cardi
e il recinto di pietre era in rovina.
32Osservando, riflettevo
e, vedendo, ho tratto questa lezione:
33un po' dormire, un po' sonnecchiare,
un po' incrociare le braccia per riposare
34e intanto viene passeggiando la miseria
e l'indigenza come un accattone.


COMMENTO

Anche oggi continua il richiamo dell'autore a non invidiare il malvagio e a non desiderare le cose malvagie. C'è un motivo se questo richiamo viene più volte sottolineato: infatti, l'uomo essendo per natura incline al male, facilmente arriva ad invidiare l'empio e molto più facilmente giunge a desiderare di stare con lui per ottenere i suoi stessi frutti malvagi. Nel nostro tempo, molti cristiani sono come abbagliati dal male, ne sno fortemente attratti e finiscono per invidiare la posizione di chi trae beneficio dal proprio comportamento maligno. BAsti pensare a tutti quei cristiani che invidiano i governanti anche se quest'ultimi hanno conseguito il potere con ogni sorta di imbroglio o inganno oppure basti pensare a coloro che cercano a tutti i costi di far parte di gruppi di persone perchè il male li rende popolari e ben visti. Tutte queste cose accecano i figli di Dio che vengono portati fuori strada nell'abbandonare la sapienza a favore della stoltezza. Infatti, colui che segue il malvagio, non ragiona secondo sapienza, ma secondo stoltezza in quanto non vede le conseguenze e il dsetino che attende il malvagio: egli riceverà secondo le sue opere. Un uomo saggio, costruisce la sua vita sulla Parola di Dio, allontanando da sé ogni desiderio di malvagità che possa offendere Dio: in questo modo, egli sa che Dio lo ricompenserà e che trarrà molto più beneficio in questa vita ed in quella futura. 
Inoltre, ricordiamoci che Dio legge i cuori e che nessuno di noi può ingannarlo: quando verrà l'ora stabilita, nessuna potrà giustificarsi ritenendo di non aver avuto conoscenza del male. Dio vede nel profondo dell'anima, conosce la verità e non si lascia certo ingannare da noi. Piuttosto, siamo noi uomini che, spinti dal peccato, inganniamo noi stessi, chiudendo gli occhi sulla nostra condotta peccaminosa e rifiutando di ammettere il peccato. Molti cristiani fanno questo: giustificano il peccato, non sapendo di ingannare sé stessi e non sapendo che non potranno salvarsi dalle accuse nel Tribunale divino. Ecco perchè dobbiamo attentamente vagliare ogni cosa usando come parametro il Vangelo e ascoltando la nostra coscienza: solo in questo modo potremo evitare di ingannare noi stessi e di tentare di ingannare l'Altissimo che giudicherà gli uomini secondo le loro opere e non secondo i loro pensieri distorti e ingannevoli.

Un altro saggio consiglio anticipa il clamoroso discorso di Gesù sui nemici: qui vediamo come l'autore solleciti a non gioire della sventura dell'empio e a non desiderarne la caduta per non procurare dolore a Dio. In questo troviamo l'anticamera della pronuncia di Gesù che inviterà gli uomini a non maledire e a non odiare il nemico, ma a benedirlo e ad amarlo: "Amate i vostri nemici"! Siamo dunque chiamati ad un amore trasversale che non si dirige solo sulle persone che ci amano, ma anche sulle persone che ci odiano o che ci perseguitano: in questo un figlio di Dio si distingue dal resto del mondo. 

A chi invece si trova nella posizione di dover giudicare, l'autore chiede imparzialità e giustizia: non si può giudicare secondo favoritismi o piaceri personali, ma solo secondo il canone ferreo della giustizia che non si può manipolare a piacimento. 

Infine un ultimo pensiero va all'uomo pigro: quest'ultimo verrà travolto dalla miseria senza nemmeno accorgersene perchè troppo impegnato a dormire, a rimandare ciò che deve esser fatto e ad oziare... 

domenica 27 febbraio 2011

Il Libro di Giobbe - Ventiquattresimo appuntamento

Torniamo a seguire i dialoghi tra Giobbe e i suoi amici con Il Libro di Giobbe: questa domenica leggiamo e meditiamo il ventiseiesimo capitolo che ci mostra l'Onnipotenza e la Sapienza del Creatore attraverso le sagge parole del protagonista di questo libro e cioè Giobbe:


26

1Giobbe rispose:
2Quanto aiuto hai dato al debole
e come hai soccorso il braccio senza forza!
3Quanti buoni consigli hai dato all'ignorante
e con quanta abbondanza hai manifestato la saggezza!
4A chi hai tu rivolto la parola
e qual è lo spirito che da te è uscito?
5I morti tremano sotto terra,
come pure le acque e i loro abitanti.
6Nuda è la tomba davanti a lui
e senza velo è l'abisso.
7Egli stende il settentrione sopra il vuoto,
tiene sospesa la terra sopra il nulla.
8Rinchiude le acque dentro le nubi,
e le nubi non si squarciano sotto il loro peso.
9Copre la vista del suo trono
stendendovi sopra la sua nube.
10Ha tracciato un cerchio sulle acque,
sino al confine tra la luce e le tenebre.
11Le colonne del cielo si scuotono,
sono prese da stupore alla sua minaccia.
12Con forza agita il mare
e con intelligenza doma Raab.
13Al suo soffio si rasserenano i cieli,
la sua mano trafigge il serpente tortuoso.
14Ecco, questi non sono che i margini delle sue opere;
quanto lieve è il sussurro che noi ne percepiamo!
Ma il tuono della sua potenza chi può comprenderlo?


COMMENTO

Veramente quanto aiuto il Signore ha dato al debole. Quando l'uomo alza il cuore al suo Dio e Creatore e chiede soccorso, non verrà meno l'aiuto del Padre. Confidare in Dio, credere che Egli ci ascolta e verrà in nostro aiuto; avere Fede. La Fede, importantissima e necessaria nel cammino di ogni uomo. Gesù nel Vangelo di Matteo ci dice: In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile (17,20). Il Signore ama i deboli e i miseri, in loro soccorso Egli viene e sostiene la causa del giusto. Agli umili manifesta la saggezza, agli ignoranti dispensa consigli. Giobbe sa questo tanto da esclamare le parole iniziali del cap. XXVI in risposta all'amico Bildad. Le parole che Giobbe fa seguire percorrono la linea tracciata dall'inno di Bildad e cioè quella dell'esaltazione del Creatore al quale nulla è impossibile, nulla Gli è difficile e niente gli riesce male. Al Suo soffio, dice Giobbe, si rasserenano i cieli, così come anche noi ci rassereniamo dinanzi alla Sua Parola. Quante volte nell'afflizione, aprendo la Bibbia o il Vangelo abbiamo trovato conforto nelle Parole di Dio? Questo perché nelle Sue Parole c'è vita; Io sono la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6), c'è Verità perché in esse conosciamo ciò che è, sono la via che ci conducono alla salvezza

Contemplare la potenza del Signore deve far parte dei nostri esercizi spirituali. Giobbe la contempla e in questa contemplazione prova meraviglia davanti alla grandezza di Dio attraverso le grandi cose da Lui create. Osservare l'immensità del cielo, i vasti confini degli oceani, scrutare le immense distanze tra una stella e l'altra, ci aiuta a conoscere a poco a poco, senza mai smettere, l'infinita grandezza del Creatore. Dio è infinito ed eterno e non basta l'eternità per conoscerLo. Beati voi che ora avete fame, dice il Signore, perché sarete saziati: Dio è cibo infinito dell'anima e mai l'anima morrà di fame; in Lui si sazierà in eterno poiché vi troverà sempre cibo. Già qui in terra abbiamo cominciato questo percorso: quando contempliamo il Signore sentiamo la nostra anima nutristi di un calore e una luce soave e questo percorso, se noi lo vogliamo, sarà eterno, e anzi al di là di questa vita, se avremo perseverato nelle vie dell'amore, vivremo gioie più grandi.

Domenica prossima leggeremo il prosieguo della risposta di Giobbe.

sabato 26 febbraio 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 43


Salmo 43

[1]Fammi giustizia, o Dio,
difendi la mia causa contro gente spietata;
liberami dall'uomo iniquo e fallace.
[2]Tu sei il Dio della mia difesa;
perché mi respingi,
perché triste me ne vado,
oppresso dal nemico?
[3]Manda la tua verità e la tua luce;
siano esse a guidarmi,
mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.
[4]Verrò all'altare di Dio,
al Dio della mia gioia, del mio giubilo.
A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio.
[5]Perché ti rattristi, anima mia,
perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

COMMENTO

Il Salmo di oggi è una nuova invocazione a Dio per ottenere la difesa e la liberazione dal male. Re Davide si rifugia nel Signore per proteggersi dal male che lo circonda e dal male che lo tormenta dall'interno con le tentazioni diaboliche. Noi dobbiamo prender esempio e rifugiarci nel Signore ogni qualvolta siamo in preda alle tentazioni del maligno: abbiamo una difesa eccezionale e non siamo in grado di trarne beneficio perchè non abbiamo abbastanza fede. Se avessimo fede in Dio, non avremmo dubbi né tentennamenti nell'invocare il Signore nostro Dio affinché ci difenda da ogni male.  
Inoltre, chiediamo anche a noi a Dio di ricevere la Verità e la Luce che sono rappresentati da Gesù Cristo: Egli è Verità e Luce e seguendo Lui troveremo ciò che cerchiamo, per combattere il male e per raggiungere il Regno dei Cieli.

Anche quest'oggi, il salmista si rivolge anche alla sua anima invitandola a non rattristarsi e a sperare nel Signore. Dunque, anche oggi, ci uniamo al salmista nel dire: anima mia, spera in Dio: lui salvezza del mio volto e mio Dio.

venerdì 25 febbraio 2011

Siracide - Ventiduesimo appuntamento

Prosegue l'appuntamento del venerdì con il Siracide, giunto quest'oggi al ventiduesimo capitolo che si sofferma ancora una volta sulla figura dello stolto e sulle conseguenze delle sue azioni:

22

1Il pigro è simile a una pietra imbrattata,
ognuno fischia in suo disprezzo.
2Il pigro è simile a una palla di sterco,
chi la raccoglie scuote la mano.

3Vergogna per un padre avere un figlio maleducato,
se si tratta di una figlia, è la sua rovina.
4Una figlia prudente sarà un tesoro per il marito,
quella disonorevole un dolore per chi l'ha generata.
5La sfacciata disonora il padre e il marito,
e dall'uno e dall'altro sarà disprezzata.
6Come musica durante il lutto i discorsi fuori tempo,
ma frusta e correzione in ogni tempo sono saggezza.

7Incolla cocci chi ammaestra uno stolto,
sveglia un dormiglione dal sonno profondo.
8Ragiona con un insonnolito chi ragiona con lo stolto;
alla fine egli dirà: "Che cosa c'è?".
9Piangi per un morto, poiché ha perduto la luce;
piangi per uno stolto, poiché ha perduto il senno.
10Piangi meno tristemente per un morto, ché ora riposa,
ma la vita dello stolto è peggiore della morte.
11Il lutto per un morto, sette giorni;
per uno stolto ed empio tutti i giorni della sua vita.
12Con un insensato non prolungare il discorso,
non frequentare l'insipiente;
13guàrdati da lui, per non avere noie
e per non contaminarti al suo contatto.
Allontànati da lui e troverai pace,
non sarai seccato dalla sua insipienza.
14Che c'è di più pesante del piombo?
E qual è il suo nome, se non "lo stolto"?
15Sabbia, sale, palla di ferro
sono più facili a portare che un insensato.
16Una travatura di legno ben connessa in una casa
non si scompagina in un terremoto,
così un cuore deciso dopo matura riflessione
non verrà meno al momento del pericolo.
17Un cuore basato su sagge riflessioni
è come un intonaco su un muro rifinito.
18Una palizzata posta su un'altura
di fronte al vento non resiste,
così un cuore meschino, basato sulle sue fantasie,
di fronte a qualsiasi timore non resiste.

19Chi punge un occhio lo farà lacrimare;
chi punge un cuore ne scopre il sentimento.
20Chi scaglia pietre contro uccelli li mette in fuga,
chi offende un amico rompe l'amicizia.
21Se hai sguainato la spada contro un amico,
non disperare, può esserci un ritorno.
22Se hai aperto la bocca contro un amico,
non temere, può esserci riconciliazione,
tranne il caso di insulto e di arroganza,
di segreti svelati e di un colpo a tradimento;
in questi casi ogni amico scomparirà.
23Conquìstati la fiducia del prossimo nella sua povertà
per godere con lui nella sua prosperità.
Nel tempo della tribolazione restagli vicino,
per aver parte alla sua eredità.
24Prima del fuoco vapore e fumo nel camino,
così prima dello spargimento del sangue le ingiurie.
25Non mi vergognerò di proteggere un amico,
non mi nasconderò davanti a lui.
26Se mi succederà il male a causa sua,
chiunque lo venga a sapere si guarderà da lui.

27Chi porrà una guardia sulla mia bocca,
sulle mie labbra un sigillo prudente,
perché io non cada per colpa loro
e la mia lingua non sia la mia rovina?


COMMENTO

Abbiamo ancora una volta riflettuto sulla condizione degli stolti attraverso le sagge parole di questo bellissimo libro sapienziale. Scopo di questa Scrittura non è mettere fratello contro fratello, ma invitare a riflettere per non cadere nella cattiva condotta in abominio al Signore, ma per seguire le vie della sapienza che sono vie d'amore. Gesù Cristo ci invita ad amare i peccatori, non la loro condotta e non ci invita pero' a seguire le loro orme. Infatti Gesù sedeva a mensa con i peccatori tuttavia non condividendo le loro magagne. Così anche noi siamo chiamati ad essere gentili con tutti, tuttavia senza frequentare le loro compagnie che sono assai pericolose per la salute spirituale di chi li frequenta poiché chi segue i delinquenti rischia di diventarlo a sua volta.

Questa Sacra Scrittura non deve essere utilizzata come pretesto per mettersi contro i fratelli, poiché come già detto poco sopra, l'Antico Testamento non ha lo scopo di mettere uomini contro uomini, anche perché Dio è coerente e non potrebbe comandare di amare il prossimo e poi dire di odiarlo. Solitamente si utilizza la Sacra Scrittura per soddisfare i propri sentimenti, invece va letta con la disponibilità di ascoltare e quindi obbedire alla Parola del Signore.  Tutte queste riflessioni sugli stolti servono a farci capire come diventeremmo insensati e sciagurati se praticassimo la stolta condotta. Gesù dice nel Vangelo di Matteo nel capitolo quinto: 38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; 40 e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41 E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. 42 Da' a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. 43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Un figlio stolto è sicuramente un grande dolore per il padre e la madre, ma Gesù ci insegna il modo per convertire anche i più duri di cuore: amare. La Parola del Signore è eterna, guai a pensare che Egli ha cambiato idea. Se oggi qualcuno viene picchiato e si difende, si giustifica che è stata autodifesa. Ma Gesù che è Dio ci dice chiaramente di porgere l'altra guancia e di pregare per i nostri persecutori.

Fatta questa precisazione, torniamo a riflettere sulla figura dello stolto le cui azioni non porteranno mai a nulla di buono, anzi gli ricadrà tutto sul capo se non si converte. E qui entriamo in gioco noi, noi cristiani chiamati da Gesù proprio a fare la Volontà del Padre di guarire i peccatori. Non i sani hanno bisogno del medico, dice Gesù, ma i malati e inoltre ci dice anche che come il Padre ha mandato Lui, così anche Lui manda noi. Noi dunque abbiamo il dovere di amare tutti al di là della condotta da loro praticata. Dobbiamo sempre detestare il peccato, ma mai il peccatore. Gesù ci dice, che merito avete se salutate i vostri amici, fate del bene ai vostri conoscenti, ci dice, date il vostro saluto a tutti, fate il bene ai poveri, a chi non può ricambiare.

L'amicizia è un sentimento importante, frutto dell'amore. Chi ama un fratello guadagna l'amicizia. Tradire gli amici per soddisfare i propri interessi è una malvagità che porterà soltanto sciagura. Molti uomini o molte donne hanno perso il loro amico o la loro amica del cuore per appropriarsi di ciò che non era loro e in questi casi conosciamo il cuore delle persone e sappiamo dunque quali sono i loro sentimenti, se sono buoni e sinceri o cattivi. Questo capitolo del Siracide ci dice che un amico potrà perdonarci se abbiamo detto qualcosa di sbagliato, ma non un insulto, non un tradimento, non un segreto svelato. I chiacchiericci e le critiche sono sempre un danno per coloro che li praticano. Il Signore non ama le critiche e anzi nel Salmo 100 si legge: Chi calunnia in segreto il suo prossimo io lo farò perire; chi ha occhi altezzosi e cuore superbo non lo potrò sopportare. Il Creatore ama gli umili che non sparlano. Purtroppo la calunnia è un difetto di molti e quanti la praticano non sanno quanto il Signore detesti questa condotta poiché Egli è Dio d'Amore e vuole che tutti i fratelli e le sorelle si amino e si rispettino, senza attaccarsi e odiarsi a vicenda.

Gli stolti sono pesanti con la loro lingua malefica, ma noi dobbiamo fare un sacrificio: sopportare in silenzio senza lamenti e pregare il Signore che li converta. Il Regno dei Cieli è Regno di Amore purissimo e grandissimo e l'Amore vero va al di là dell'insulto, va al di là degli sputi e degli scherni, infatti Gesù nonostante gli schiaffi, gli insulti e gli sputi ha continuato ad amare i Suoi persecutori. Come dicevamo all'inizio, Dio è coerente eternamente e infatti Egli essendo perfettissimo mai si contraddice poiché il Suo Amore è infinitamente grande, purissimo ed eterno. Infatti dove c'è vero Amore non c'è contraddizione. Quanto Dio ha detto Lo ha fatto: Amate i vostri nemici, pregate per loro: Gesù ha amato coloro che Lo hanno percosso e ha chiesto al Padre perdono per le colpe commesse contro di Lui sulla croce. Che grande esempio abbiamo ricevuto da Dio stesso, amiamo dunque tutti, giusti e peccatori, preghiamo per i deboli così come per i forti, per i poveri così come per i ricchi poiché dice il Signore, il Padre fa sorgere il sole e fa piovere sui buoni e sui cattivi.

Pace e bene a tutti.

giovedì 24 febbraio 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XIV parte

Continuiamo il nostro percorso volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica; la scorsa settimana abbiamo letto il Paragrafo 2 del capitolo primo: "Io credo in Dio Padre". Oggi proseguiamo con il terzo paragrafo del primo capitolo che si sofferma sull'Onnipotente: 

Paragrafo 3 L'ONNIPOTENTE 
 
268 Di tutti gli attributi divini, nel Simbolo si nomina soltanto l'onnipotenza di Dio: confessarla è di grande importanza per la nostra vita. Noi crediamo che tale onnipotenza è universale, perché Dio, che tutto ha creato, [Cf ⇒ Gen 1,1; ⇒ Gv 1,3 ] tutto governa e tutto può; amante, perché Dio è nostro Padre; [Cf ⇒ Mt 6,9 ] misteriosa, perché la fede soltanto la può riconoscere allorché “si manifesta nella debolezza” (⇒ 2Cor 12,9) [Cf ⇒ 1Cor 1,18 ].

“Egli opera tutto ciò che vuole” (Sal 115,3)

269 Le Sacre Scritture affermano a più riprese la potenza universale di Dio. Egli è detto “il Potente di Giacobbe” (⇒ Gen 49,24; ⇒ Is 1,24 e. a), “il Signore degli eserciti”, “il Forte, il Potente” (⇒ Sal 24,8-10). Se Dio è onnipotente “in cielo e sulla terra” (⇒ Sal 135,6), è perché lui stesso li ha fatti. Nulla quindi gli è impossibile [Cf ⇒ Ger 32,17; 269 ⇒ Lc 1,37 ] e dispone della sua opera come gli piace; [Cf ⇒ Ger 27,5 ] egli è il Signore dell'universo, di cui ha fissato l'ordine che rimane a lui interamente sottoposto e disponibile; egli è il Padrone della storia: muove i cuori e guida gli avvenimenti secondo il suo beneplacito [Cf ⇒ Est 4,17 b; ⇒ Pr 21,1; ⇒ Tb 13,2 ]. “Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi potrà opporsi al potere del tuo braccio?” (⇒ Sap 11,21).

“Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi”

270 Dio è il Padre onnipotente. La sua paternità e la sua potenza si illuminano a vicenda. Infatti, egli mostra la sua onnipotenza paterna nel modo in cui si prende cura dei nostri bisogni; [Cf ⇒ Mt 6,32 ] attraverso l'adozione filiale che ci dona (sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente”: ⇒ 2Cor 6,18); infine attraverso la sua infinita misericordia, dal momento che egli manifesta al massimo grado la sua potenza perdonando liberamente i peccati.

271 L'onnipotenza divina non è affatto arbitraria: “In Dio la potenza e l'essenza, la volontà e l'intelligenza, la sapienza e la giustizia sono una sola ed identica cosa, di modo che nulla può esserci nella potenza divina che non possa essere nella giusta volontà di Dio o nella sua sapiente intelligenza” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I, 25, 5, ad 1].

Il mistero dell'apparente impotenza di Dio

272 La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall'esperienza del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente ed incapace di impedire il male. Ora, Dio Padre ha rivelato nel modo più misterioso la sua onnipotenza nel volontario abbassamento e nella Risurrezione del Figlio suo, per mezzo dei quali ha vinto il male. Cristo crocifisso è quindi “potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (⇒ 1Cor 1,24-25). Nella Risurrezione e nella esaltazione di Cristo il Padre ha dispiegato “l'efficacia della sua forza” e ha manifestato “la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” (⇒ Ef 1,19-22).

273 Soltanto la fede può aderire alle vie misteriose dell'onnipotenza di Dio. Per questa fede, ci si gloria delle proprie debolezze per attirare su di sé la potenza di Cristo [Cf ⇒ 2Cor 12,9; ⇒ Fil 4,13 ]. Di questa fede il supremo modello è la Vergine Maria: ella ha creduto che “nulla è impossibile a Dio” (⇒ Lc 1,37) e ha potuto magnificare il Signore: “Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e santo è il suo nome” (⇒ Lc 1,49).

274 “La ferma persuasione dell'onnipotenza divina vale più di ogni altra cosa a corroborare in noi il doveroso sentimento della fede e della speranza. La nostra ragione, conquistata dall'idea della divina onnipotenza, assentirà, senza più dubitare, a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto possa essere grande e meravigliosa o superiore alle leggi e all'ordine della natura. Anzi, quanto più sublimi saranno le verità da Dio rivelate, tanto più agevolmente riterrà di dovervi assentire” [Catechismo Romano, 1, 2, 13].

IN SINTESI

275 Con Giobbe, il giusto, noi confessiamo: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te” (⇒ Gb 42,2).

276 Fedele alla testimonianza della Scrittura, la Chiesa rivolge spesso la sua preghiera al “Dio onnipotente ed eterno” (“omnipotens sempiterne Deus. . . ”), credendo fermamente che “nulla è impossibile a Dio” (⇒ Gen 18,14; ⇒ Lc 1,37; ⇒ Mt 19,26).

277 Dio manifesta la sua onnipotenza convertendoci dai nostri peccati e ristabilendoci nella sua amicizia con la grazia (“Deus, qui omnipo potentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas. . . - O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono. . . ”) [Messale Romano, colletta della ventiseiesima domenica].

278 Senza credere che l'Amore di Dio è onnipotente, come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci, lo Spirito Santo santificarci?

mercoledì 23 febbraio 2011

Verità della Fede - V parte

Continuiamo l'approfondimento sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Oggi leggeremo il Cap. V dove ancora una volta il Vescovo e Dottore della Chiesa si sofferma sull'esistenza di Dio attraverso un'attenta osservazione della materia e confutazione delle dichiarazioni dei materialisti.


Leggiamo dunque cosa ha da dirci oggi il Santo Fondatore dei Redentoristi sull'esistenza del nostro Creatore, Salvatore, Signore e Dio:






Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

CAP. V. Si prova l'esistenza di Dio dal moto de' corpi, o sia della materia.

1. Dicono dunque i materialisti che così i corpi come le anime, tutto è materia; e che questa materia non è stata creata, ma ella è increata, ed è stata eterna. Ma bisogna considerare che la materia non si conserva né si propaga se non col moto. Mentre per mezzo del moto vivono e si propagano gli animali, le piante, e così anche per mezzo del moto abbiamo il beneficio de' pianeti, dei venti e delle piogge. Cessando il moto per un momento, ecco che i fiumi perdono il corso, il mare diventa una laguna, e restano privi di vita tutti gli uomini, i bruti e le piante. Or di questo moto chi è la cagione? Da se stesso niun corpo può muoversi, perché la materia è inattuosa ed inerte; oltreché è principio di tutti i filosofi, ed è cosa evidente ad ognuno che ogni corpo che si muove, è mosso da altri. Quest'altro movente non può essere un altro corpo, perché se niun corpo può aver il moto da sé, tanto meno può darlo ad altri. Dunque necessariamente ogni corpo dee ricevere il moto da un agente che non sia materiale, ma spirituale. Or si domanda donde questa materia e questi corpi che noi veggiamo hanno ricevuto e ricevono il moto? Da altri o da se stessi? In due diversi modi rispondono i materialisti. Epicuro e Spinoza dicono che questo moto della materia non ha avuto principio, ma è stato eterno, e sempre ha continuato finora, e continuerà per via d'impulsi successivi. Ecco come parla Spinoza: Corpus motum vel quiescens, ad motum vel quietem determinari debuit ab alio corpore, quod etiam ad motum vel quietem determinatum fuit ab alio, et illud iterum ab alio, et sic in infinitum1. Gli stratonici all'incontro col loro maestro Stratone e col moderno signor Tolland dicono che il principio e la causa del moto è nella stessa materia, la quale ha in sé la virtù motrice.

2. Ma rispondiamo che né l'una né l'altra opinione ha sussistenza. Non può sussistere la prima di Epicuro e Spinoza del moto eterno per via di successivi impulsi, per due ragioni. La prima, perché il moto eterno è impertransibile; sicché se questo moto fosse stato ab eterno, non avrebbe potuto mai giungere al tempo presente; poiché avrebbe dovuto passare a noi per tratto successivo d'infiniti impulsi; e l'infinità, per non aver principio, è impertransibile, siccome dice Aristotile e tutti gli altri filosofi. 


3. E lo dice la stessa ragione; perché questi impulsi infiniti, giunti al tempo presente, dovrebbero dirsi già finiti; ma questa è una contraddizione evidente che l'infinito possa dirsi finito. Ond'è che, se il mondo fosse stato ab eterno, ed ab eterno fossero state le generazioni umane, niun uomo avrebbe potuto nascere; e perché? perché per niun uomo sarebbe giunto il tempo di nascere, finché non fosse scorso un infinito numero di generazioni. Ma il numero infinito è impossibile a scorrere; per potere scorrere questo numero infinito, e giungere al termine, avrebbe dovuto aver principio. Sicché assegnando noi termine di tempo alla generazione di un uomo che nasce, dovremmo dar principio e termine all'infinito, e ciò è impossibile.


4. Inoltre ben discorre il p. Valsecchi, e dice: se questo ultimo corpo dee essere determinato da altri al moto, perché esso è inerte, così ancora da altri dee essere determinato il secondo sopra di esso, e così il terzo ed il quarto, e se tutti sono corpi, perché non tutti hanno lo stesso bisogno? Forse, perché sono infiniti, cangiano natura? Se tutti sono corpi, tutti sono inerti, incapaci a muoversi. Dunque fuori della loro moltitudine infinita sempre v'ha bisognato un principio spirituale che abbia dato loro il moto, che niuno d'essi da sé non ha potuto avere né dare; altrimenti il supporre questa successione d'impulsi infiniti ab eterno, sarebbe supporre l'effetto senza la causa e la passione senza l'azione. Ogni moto nella materia è prodotto da un agente estrinseco; ma in tal sistema di Epicuro non v'è causa che produce il moto. Se il corpo A spinge B, e B spinge C: tolto A, né B né C hanno più moto; altrimenti vi sarebbe l'effetto senza la causa. Né vale a supporre la serie infinita degli impulsi; perché vi sarebbe un effetto infinito senza niuna causa. Anzi per questo moto infinito degli oggetti materiali vi bisognerebbe una prima cagione che avesse una virtù infinita, per esser cagione d'un moto infinito. Un dotto autore, il teologo Giovanni Hooke dottor della Sorbona, nella sua dotta opera Relig. Nat. et Rev., dice così: fingiamo una catena che dal cielo pendesse sulla terra, sicché il secondo anello ne sostenga uno, il terzo ne sostenga due, il decimo nove, il centesimo novantanove. Dunque gli anelli superiori sempre debbono avere più forza degl'inferiori. Or nel supporre una serie infinita di anelli, bisogna anche supporre una virtù infinita che li sostenga. Niuno dunque di tali corpi infiniti avrebbe mai avuto moto, se non vi fosse stato il motore che avesse data la prima spinta, e di più da tempo in tempo l'avesse rinnovata. Mentre è proprietà de' moti comunicati a' corpi che vadano sempre a languire, e finalmente a terminare, se non hanno nuova spinta. Sicché la serie infinita degli impulsi non toglie, ma accresce la difficoltà. Lo stesso Spinoza di tale difficoltà interrogato, non seppe scioglierla, e sfuggì di rispondere, come si scorge dalle sue lettere e specialmente dalla lettera 63.

5. Si aggiunge che, se la materia fosse stata eterna ed increata, ella sarebbe stata anche necessaria, essendo da sé ed indipendente; onde sarebbe stata necessariamente ancora immota ed immutabile secondo la sua natura d'inerzia e di oziosità; poiché è proprio d'una sostanza necessaria ed indipendente il conservarsi sempre secondo la sua natura. Altro è poi quando la materia si considera contingente; perché allora, siccome ella può ricevere da altri l'essere che non avea, così può anche ricevere il moto che non ha di sua natura.

6. Veniamo ora all'opinione di Stratone, il quale dicea che la materia ha in se stessa la virtù di muoversi. Quest'opinione neppure può affatto sussistere. Primieramente perché come abbiamo già accennato, è proprio della materia esser senza moto; anzi ella ha una proprietà essenzialmente al moto opposta, poiché ogni corpo resiste alla mutazione del suo stato; e perciò i filosofi 
dicono che la forza della materia non è che vis inertiae; e quanto maggiore o minore è la mole del corpo, maggiore o minore è la resistenza che fa al moto; e con ciò si conosce la forza dell'inerzia che ha la materia. Ripugna dunque alla stessa natura di materia l'aver moto intrinseco e da sé. Onde se vediamo alcun moto nella materia, bisogna dire che da altri ella è mossa, secondo il comune assioma: Omne quod movetur, ab alio movetur.


7. Secondariamente se la materia da sé avesse moto, ella sarebbe inutile alla costruzione del mondo. Giacché per quella stessa via di moto, per cui si formerebbero le cose, per lo stesso moto non potrebbero poi sussistere. Sicché siccome prima, non essendo elle, per via di moto si sarebbero fatte, così seguitando la materia a muoversi, da se stesse si disfarebbero. E per tanto oltre la continua confusione che vi sarebbe di tutte le cose, succederebbe quest'altro inconveniente tanto ripugnante alla natura ed all'esperienza, che si vedrebbero i corpi da se stessi disfarsi per questa stessa via di moto per cui si sono formati. Ed in fatti costantemente si osserva che quelle cose che poi si mutano o si distruggono, non mai da sé, ma da qualche causa estrinseca solamente vengono mutate o distrutte; poiché del resto tutte le cose naturalmente tendono alla conservazione di loro stesse.

8. Inoltre se la materia si movesse da se stessa, i suoi moti da chi mai sarebbero regolati? Diranno: dalla natura de' corpi. Dunque, rispondo, non sarebbe a noi arbitrario e possibile il fermare una materia, una casa, una vigna in un luogo, come già da noi si pratica, per procurarci que' comodi che ci sono necessari o utili alla vita umana; perché la stessa materia per il suo intrinseco e natural moto da sé trasporterebbesi altrove. Né vale il replicare che la materia è indifferente al moto ed alla quiete; perché anzi questa replica de' materialisti fa vedere chiaramente l'insussistenza del loro sistema. Poiché dicendo essi che la materia è indifferente allo stato ed al moto, dunque, rispondiamo noi, è falso che la materia abbia in sé la virtù di muoversi. Ma per rispondere direttamente alla loro replica, la risposta è questa: sì, la materia è indifferente al moto ed alla quiete, e perciò è atta al moto; quando ella è spinta da altri, ma da se stessa non è capace di muoversi, ed anche quando ella è mossa, e manca la forza dell'impulso, ritorna alla sua natural quiete.

9. Per concludere dunque il tutto in breve. Se dicesi che la materia si muove col moto eterno, diciamo che ciò è impossibile. Primo, perché l'eternità è impertransibile, e siccome non ha principio, così non può aver termine. Secondo, perché dovendo questo moto (benché eterno) essere stato prodotto da una causa estrinseca, non può mai supporsi, se non si suppone ancora la causa da cui abbia avuta la spinta, altrimenti sarebbe un effetto senza causa.

10. Se poi dicesi che la materia ha in sé virtù intrinseca di muoversi, noi rispondiamo che la materia di sua natura è inattuosa e stupida, onde necessariamente ha dovuto da altri ricevere il moto. No, dice il Tolland, il moto è proprietà essenziale della materia. Ma noi replichiamo che la proprietà essenziale di un oggetto è quella di cui non può l'oggetto esser privo; v. gr., l'estensione è proprietà essenziale di ogni corpo, onde ogni corpo necessariamente dee essere esteso. Ma i corpi non tutti, o almeno non sempre sono in moto, e sono indifferenti a stare in moto ed in quiete; dunque il moto non è proprietà essenziale della materia.

11. Ma udiamo il Tolland come prova che il moto sia proprietà essenziale della materia. Egli lo prova così: Ogni materia, dice, è divisibile: la divisibilità della materia non può concepirsi senza moto, perché il moto è quello che la divide: dunque, conchiude, il moto è proprietà essenziale della materia. Ma qui 
è troppo chiara la fallacia di tal prova. Il signor Tolland confonde la divisibilità colla divisione. Altro è la divisibilità della materia, altro è la divisione della materia.La divisione non si può concepire senza moto, ma ben può concepirsi senza moto la divisibilità; poiché la materia è atta ad essere divisa, ma non è atta a dividersi da sé, siccome è capace d'esser mossa, ma non è capace di muoversi da se stessa. Ond'è che siccome è proprietà essenziale della materia di potere essere mossa e divisa, così anche è sua proprietà essenziale di non poter da sé né dividersi né muoversi, mentr'è di sua natura inerte e inattuosa. Replica il Tolland e dice che ogni materia è in moto col distruggersi, o aumentarsi. Ma si risponde che un tal moto non è intrinseco alla materia, la quale è inerte, ma estrinseco e straniero, cagionato da esterni impulsi, senza i quali ella starebbe sempre in riposo. Quest'impulsi poi esterni non possono procedere da altro corpo materiale, per la stessa ragione apportata, perché ogni materia è inerte. Dunque debbono provenire da un motore ch'è superiore alla materia.


12. Né vale a Tolland il dire che se alla materia non è essenziale il moto, almeno le è essenziale l'inclinazione, la tendenza al moto, da lui chiamata conato.Primieramente diciamo che questa è una pura invenzione chimerica senza fondamento, il dire che ogni corpo ha inclinazione al moto. Ma, dato che nella materia vi sia questo sognato conato a muoversi, si domanda per qual parte ella inclinerà a muoversi; per destra o per sinistra? Dirà che inclina a muoversi per ogni lato? Ma per questo medesimo ella sarà incapace a muoversi; poiché, quantunque ne fosse capace, le stesse tendenze tra loro contrarie la manterrebbero sempre immota ed incapace a muoversi. Dunque la materia non può avere il moto che da un principio estrinseco ed immateriale, che abbia la virtù di poterla muovere. Dicoimmateriale; perché se fosse corpo materiale, neppure esso può muoversi, e tanto meno dar moto ad un altro corpo. Or questo principio estrinseco ed immateriale noi diciamo esser Dio, infinitamente potente, libero e reggitore del tutto, che non solo muove questo mondo, ma lo muove con tanto ordine e simmetria. Basta considerar solamente il corso così regolato e stabile de' cieli, delle stelle e de' pianeti, per conoscere che non può esserne altri il motore, se non un Dio d'infinita potenza e sapienza. Se si vede un oriuolo che puntualmente dimostra e suona le ore, chi mai potrà dire che quel metallo si è unito da se stesso, e da sé ancora si son formate tutte le ruote, le molle e l'ordine con cui cammina?

13. E qui dà meraviglia il Rousseau, il quale, dopo aver dimostrata l'esistenza di Dio per il moto e per l'ordine che si vede nel mondo, scrive così: Io credo adunque che il mondo è governato da una volontà potente e saggia; io lo vedo, o piuttosto lo sento, e questo è ciò che a me importa sapere. Ma poi questo medesimo mondo è egli eterno o creato? Vi è un principio unico delle cose? Ve ne sono due o più? E qual'è la loro natura? Io non ne so nulla; e che m'importa il saperlo1? Ma ecco l'evidente contraddizione. Ben gli risponde il p. Valsecchi2. Se il mondo fosse eterno, le due sue ragioni addotte del moto e dell'ordine non più proverebbero l'esistenza di Dio; perché essendo eterno il mondo, non ne sarebbe più Dio l'autore. Forse risponde che la materia è eterna ed increata, e Dio poi l'ha modificata ed ordinata? Ma se la materia è eterna, dunque ella è da sé ed è indipendente; e se è indipendente, come Dio ha potuto modificarla e ordinarla? Ma giacché egli l'ha modificata ed ordinata a suo arbitrio, dobbiamo dire ch'egli ancora l'ha creata. Ma ritornando al nostro punto, da tutto ciò che si è detto ne siegue che la materia riceve tutte le sue forze dalla divina efficacia, che tutti i suoi moti non sono che effetti 
della volontà di Dio, il quale o per sé immediatamente, o per altri corpi creati muove il tutto a suo beneplacito; e che tutto l'ordine delle cose di questo mondo non è che da Dio, il quale governa e regola il tutto. E perciò saggiamente dice il filosofo Newton che la cognizione di Dio per via de' fenomeni spetta alla filosofia sperimentale.


14. Ma prima di finir questo capo non voglio lasciare di addurre un bell'argomento che un certo materialista presso del p. Valsecchi1 porta a favore del suo materialismo. Chi sa, dice, che non si trovino nell'essere mille sorgenti e forze atte a produrre i tali e tali effetti? Questo è lo studio degl'increduli moderni, non già di provare quel che dicono, ma di metter in dubbio tutte le cose anche evidenti con queste solite frasi: Noi non sappiamo quel che può la natura: perché non può essere così ecc.? Ma per fondare l'autore quel suo Chi sa, avrebbe da provare almeno esser possibile che nell'essere possano esservi forze e sorgenti atte a produrre effetti senza la mano divina. Ma quando da noi si è dimostrato che la materia non può muoversi, perché è per sua natura inerte e non atta a muoversi, che serve a dire: Chi sa che non si trovino nell'essere mille sorgenti e forze atte a produrre tali e tali effetti? Risponde lepidamente il p. Valsecchi a questo inettoChi sa, e dice: e chi sa che nell'aria non vi siano forze atte a farci credere che vi sia la città di Costantinopoli, e quella veramente non vi sia? E poi ben discorre così: è impossibile che nella natura vi siano forze che senza Dio possan dar l'esistenza a questo mondo. Poiché o queste forze sono immedesimate col mondo corporeo o son diverse da questo mondo. È impossibile che siano immedesimate, perché la materia essendo incapace ella di agire, non ha potuto mai formare, né può reggere una macchina che ha moto ed ordine. Tanto più che nel mondo vi sono le anime unite a' corpi, le quali sono spirituali, come dimostreremo nel capo seguente, e perciò non possono essere prodotte dalla materia, essendo di natura totalmente diversa. Se poi queste forze sono diverse da questo mondo corporeo, o elle sono dipendenti da un principio superiore che le regge; ed allora non sono esse le prime cagioni del mondo, ma n'è causa un tal principio, da cui tali forze derivano. Se all'incontro sono indipendenti da alcun principio, allora non è possibile ch'elleno, essendo puramente materiali e per conseguenza senza sapienza e senza mente, abbian potuto formare, e possano reggere questo mondo, per cui formare e reggere, secondo l'ordine e la simmetria con cui si vede il mondo esistere, è stata e sarà sempre necessaria una gran mente ed una somma sapienza. Inoltre se queste forze fossero indipendenti da altro principio, sarebbero elle da sé, e per conseguenza necessarie, eterne e infinite; ed essendo molte, sarebbero più esseri infiniti ed indipendenti. Per ultimo dimandiamo: quest'essere in cui sono tali forze e sorgenti, è egli da sé ed indipendente? E se è da sé ed indipendente, quest'essere dee aver tutto, mente, potenza e sapienza e tutto infinitamente; e se va così, questi è Dio, diverso già dal mondo e dalla materia, ma autore della materia e del mondo.

____________________________

1 Ethic. p. 2. prop. 13.

1 Emil. t. 1.

2 L. 1. c. 2.

1 L. 1. c. 3. n. 13. 

martedì 22 febbraio 2011

La Città di Dio - XI parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio". Nell'appuntamento odierno, Sant'Agostino si sofferma sull'insensatezza del suicidio come risposta ad una violenza carnale subita. Per spiegare tale insensatezza, prende ad esempio la storia di Lucrezia, una donna romana che si suicidò a seguito di uno stupro. In questo passo vediamo le grandi doti oratorie di Sant'Agostino capace di mostrare come Lucrezia, donna ammirata come una sorta di eroina, sia soltanto una donna tutt'altro che eroica e soprattutto profondamente ingiusta contro sé stessa. Le parole di Sant'Agostino confermano comunque una realtà che i cristiani dovrebbero già conoscere: mai il suicidio può essere ritenuto giusto e soprattutto mai si può pensare di riparare al delitto di un altro, anche se commesso dentro di noi, con un altro delitto compiuto verso sé stessi (come il caso tipico dello stupro): 

19. 1. Con questo evidente ragionamento noi affermiamo che anche se il corpo è contaminato, ma il proposito della volontà non muta per consenso al male, il peccato è soltanto di chi si è unito carnalmente con la violenza, non di colei che sopraffatta lo ha subito senza volere. Ma a questo ragionamento oseranno opporsi coloro contro di cui difendiamo la santità non solo della mente ma anche del corpo delle donne cristiane violentate durante l'occupazione di Roma? Essi veramente esaltano per grandi meriti di pudicizia Lucrezia nobile matrona e antica romana. Il figlio di re Tarquinio aveva posseduto con la violenza il suo corpo a scopo di lussuria. Ella indicò il misfatto del giovane dissoluto al marito Collatino e all'amico Bruto, uomini illustri e valorosi, e li indusse alla vendetta. Poi sopportando di malanimo lo sconcio commesso contro di lei si uccise 61. Che dire? Si deve giudicare adultera o casta? Chi pensa di affannarsi in una discussione simile? Un tale parlando con singolare verità sul fatto ha detto: Cosa meravigliosa, erano due e uno solo ha commesso adulterio 62. Espressione stupendamente vera. Notando infatti nell'unione carnale dei due corpi la vergognosa passione di uno e la casta volontà dell'altra e riflettendo su ciò che avveniva non nella unione dei corpi ma nella diversità degli animi, ha detto: Erano due e uno solo ha commesso adulterio.

19. 2. Ma che principio è questo per cui più severamente contro di lei è punito l'adulterio che lei non ha commesso? Il drudo è espulso dalla patria assieme al padre, ella subisce la pena più grave. Se non è impudicizia quella con cui lei riluttante viene violentata, non è giustizia quella con cui lei casta è punita. Mi rivolgo a voi, leggi e giudici romani. Proprio voi avete disposto che è reato uccidere dopo i delitti commessi un delinquente se non è stato condannato. Se dunque si portasse al vostro giudizio questo delitto e risultasse dalle prove che è stata uccisa una donna, non solo non condannata, ma casta e innocente, non colpireste con la dovuta severità chi avesse commesso il reato? Ma lo ha commesso Lucrezia, proprio quella Lucrezia così esaltata ha giustiziato Lucrezia casta, innocente, violentata. Pronunciate la sentenza. E se non potete perché non è presente chi possiate condannare per qual motivo esaltate con tanto encomio l'assassina di una donna innocente e onesta? Ma per nessun motivo la potete difendere presso i giudici d'oltretomba, che appaiono in certi canti dei vostri poeti, appunto perché è posta fra quelli che innocenti si diedero la morte e odiando la luce han gettato l'anima nella tenebra. E se ella desiderasse tornar quassù, la impedisce il destino e la trattiene la squallida palude dalle acque odiate 63. Ma forse non è lì dal momento che si è uccisa non perché innocente ma perché era consapevole della colpa? Se infatti, e questo poteva saperlo soltanto lei, travolta anche dalla propria passione, acconsentì al giovane che la prese con la violenza e per punire in sé il fatto si pentì al punto di pensare di espiarlo con la morte? Ma anche in questo caso non doveva uccidersi se poteva fare presso falsi dèi una salutare penitenza. Ma se è così ed è falso che erano in due e uno solo commise adulterio, ma entrambi commisero adulterio, lui con aggressione palese, lei con assenso nascosto, non si uccise innocente. Quindi si può dire dai letterati suoi difensori che nell'oltretomba non è fra quelli che innocenti si diedero la morte. Ma così il processo si restringe dall'uno e dall'altro canto. Se ha attenuanti l'omicidio, si ratifica l'adulterio; se ha scusanti l'adulterio, si aggrava l'omicidio e non si trova affatto la soluzione al dilemma: se ha consentito all'adulterio, perché è lodata? se era onesta, perché si è uccisa?

19. 3. Ma a noi nell'episodio tanto celebre di questa donna basta, per confutare coloro che, profani ad ogni concetto di santità, insultano alle donne cristiane violentate durante l'occupazione, ciò che a sua lode più alta è stato detto: Erano in due e uno solo commise adulterio. Dai letterati Lucrezia è stata considerata incapace di macchiarsi di un consentimento da adultera. Quindi il motivo per cui anche non adultera si uccise, e cioè perché non tollerò l'amante, non è amore dell'onestà ma debolezza della vergogna. Si vergognò appunto della dissolutezza dell'altro commessa in lei, sebbene senza di lei. Da donna romana, molto desiderosa di lode, temette si pensasse che ciò che aveva subito violentemente mentre viveva l'avrebbe subito volontariamente se rimaneva in vita. Pensò quindi di usare agli occhi degli uomini come testimone della propria disposizione interiore quella pena perché ad essi non poteva mostrare la propria coscienza. Si vergognò di essere ritenuta compartecipe al fatto se avesse sopportato remissivamente ciò che l'altro aveva compiuto in lei disonestamente. Così non si sono comportate le donne cristiane. Pur avendo subito il medesimo affronto continuano a vivere e non hanno punito in sé il delitto di un altro. Così non hanno aggiunto un proprio delitto a quello d'altri, giacché se i nemici avevano commesso violenza per lussuria, esse avrebbero commesso omicidio per vergogna. Hanno infatti nell'interiorità la testimonianza della coscienza come ornamento della castità. Agli occhi di Dio poi, hanno, e non chiedono altro, poiché non hanno altro per comportarsi onestamente, di non deviare dall'autorità della legge divina, evitando con una colpa il disfavore del sospetto umano.


lunedì 21 febbraio 2011

I Proverbi - Ventitreesimo appuntamento

Anche oggi torna l'appuntamento del lunedì con il Libro dei Proverbi. Siamo giunti al ventitreesimo capitolo che dà buoni consigli, come sempre, e istruisce per una buona condotta:


23

1Quando siedi a mangiare con un potente,
considera bene che cosa hai davanti;
2mettiti un coltello alla gola,
se hai molto appetito.
3Non desiderare le sue ghiottonerie,
sono un cibo fallace.
4Non affannarti per arricchire,
rinunzia a un simile pensiero;
5appena vi fai volare gli occhi sopra,
essa già non è più:
perché mette ali come aquila
e vola verso il cielo.
6Non mangiare il pane di chi ha l'occhio cattivo
e non desiderare le sue ghiottonerie,
7perché come chi calcola fra di sé, così è costui;
ti dirà: "Mangia e bevi",
ma il suo cuore non è con te.
8Il boccone che hai mangiato rigetterai
e avrai sprecato le tue parole gentili.
9Non parlare agli orecchi di uno stolto,
perché egli disprezzerà le tue sagge parole.
10Non spostare il confine antico,
e non invadere il campo degli orfani,
11perché il loro vendicatore è forte,
egli difenderà la loro causa contro di te.
12Piega il cuore alla correzione
e l'orecchio ai discorsi sapienti.
13Non risparmiare al giovane la correzione,
anche se tu lo batti con la verga, non morirà;
14anzi, se lo batti con la verga,
lo salverai dagli inferi.
15Figlio mio, se il tuo cuore sarà saggio,
anche il mio cuore gioirà.
16Esulteranno le mie viscere,
quando le tue labbra diranno parole rette.
17Il tuo cuore non invidi i peccatori,
ma resti sempre nel timore del Signore,
18perché così avrai un avvenire
e la tua speranza non sarà delusa.
19Ascolta, figlio mio, e sii saggio
e indirizza il cuore per la via retta.
20Non essere fra quelli che s'inebriano di vino,
né fra coloro che son ghiotti di carne,
21perché l'ubriacone e il ghiottone impoveriranno
e il dormiglione si vestirà di stracci.
22Ascolta tuo padre che ti ha generato,
non disprezzare tua madre quando è vecchia.
23Acquista il vero bene e non cederlo,
la sapienza, l'istruzione e l'intelligenza.
24Il padre del giusto gioirà pienamente
e chi ha generato un saggio se ne compiacerà.
25Gioisca tuo padre e tua madre
e si rallegri colei che ti ha generato.
26Fa' bene attenzione a me, figlio mio,
e tieni fisso lo sguardo ai miei consigli:
27una fossa profonda è la prostituta,
e un pozzo stretto la straniera.
28Essa si apposta come un ladro
e aumenta fra gli uomini il numero dei perfidi.
29Per chi i guai? Per chi i lamenti?
Per chi i litigi? Per chi i gemiti?
A chi le percosse per futili motivi? A chi gli occhi rossi?
30Per quelli che si perdono dietro al vino
e vanno a gustare vino puro.
31Non guardare il vino quando rosseggia,
quando scintilla nella coppa
e scende giù piano piano;
32finirà con il morderti come un serpente
e pungerti come una vipera.
33Allora i tuoi occhi vedranno cose strane
e la tua mente dirà cose sconnesse.
34Ti parrà di giacere in alto mare
o di dormire in cima all'albero maestro.
35"Mi hanno picchiato, ma non sento male.
Mi hanno bastonato, ma non me ne sono accorto.
Quando mi sveglierò? Ne chiederò dell'altro".


COMMENTO

Non conviene desiderare di gustare le cose dei peccatori. Gli stolti desiderano vanità e le vanità conducono alla perdizione perché fanno perdere il senso della vita. Così questo capitolo dei Proverbi ci consiglia a non invidiare gli stili di vita degli uomini stolti perché loro con quel vivere si stanno meritando l'inferno, quindi conviene invidiare cose che ci meriteranno la morte? Assolutamente non conviene. Allora volgiamo il nostro cuore alle cose sante. Questo ventitreesimo capitolo non vuole mettere il bastone fra le ruote dell'evangelizzazione, ma vuol farci capire che parlare saggiamente agli stolti, non li farà ragionare perché loro hanno un cuore chiuso e la mente ottenebrata dalle cose inutili di questo mondo. Come ci si deve comportare allora con i duri d'orecchi? Questo ce lo dice Gesù: amando e perdonando. Riprendere i bestemmiatori è cosa giusta, ma quante volte ci siamo sentiti rispondere con altrettante bestemmie qual volta ci abbiamo provato a farli ragionare? In questi casi non possiamo fare altro che pregare il Padre di inviare per amore del Figlio lo Spirito Santo a questi uomini assetati di successo e accecati dal potere.

Cosa vuol dire non invadere il campo degli orfani? Possiamo dare diverse interpretazioni di questa frase. La prima è non cercare di arrecare danno ai deboli perché il loro vendicatore, il Signore farà presto giustizia poiché Egli ama i deboli e li difende. Un'altra interpretazione e qui tocchiamo un argomento difficile, possiamo darla sul campo della purezza dei bambini. Spesso sulle cronache si leggono notizie inquietanti sull'invasione del campo della purezza dei bambini. Questi fanciulli hanno un vendicatore potente che farà giustizia condannando con ira quanti crudelmente tolgono a queste anime innocenti la gioia di vivere. Gesù infatti ha usato un'espressione forte verso coloro che fanno del male ai bambini dicendo che per loro sarebbe meglio che gli si mettesse una macina da asino al collo e venisse gettato nel mare, per far comprendere quanto sarà grande la condanna per quanti scandalizzeranno i bambini. Gesù sapeva che nel mondo c'erano e ci sarebbero state (e purtroppo ci sono) persone che avrebbero scandalizzato i bambini con la loro malvagità. I bambini hanno il Signore Onnipotente come grande vendicatore. Solo gli stolti si potrebbero mettere contro Dio, solo un pazzo si può mettere contro l'Onnipossente Signore della storia.

Anche tutte le altre impurità sono condannate dal Signore che è Dio di infinita ed eterna purezza. Quanti praticano l'impurità vivranno una vita confusa, rozza e mediocre qual minimo anticipo della grande ed eterna condanna riservata agli sciagurati. Per chi i guai, per chi i lamenti, i litigi, i gemiti, domanda la Scrittura che abbiamo letto oggi. Infatti a causa dell'impurità dei figli che i genitori passano guai, si lamentano, litigano, strepitano, fanno gli occhi rossi. Per le donne l'uomo (o la donna per gli uomini) perde il senno. Dio ha messo la donna accanto all'uomo non perché questi la desiderasse o la sfruttasse, ma per compagnia, per amore,  per generare la vita, non per soddisfare i desideri della carne che sono venuti dopo il peccato compiuto dagli antichi progenitori, i desideri malvagi della concupiscenza. Per un atto di ribellione il cuore dell'uomo si è incattivito cominciando a desiderare cose malvagie. Infatti chi obbedisce al Signore si mantiene nel bene e quindi nella purezza, mentre chi si ribella a Dio, trasgredisce tutto il resto della Legge, così ecco gli omicidi, i furti e gli adultèri, le invidie, le gelosie etc. e i desideri malvagi della carne. I giovani d'oggi ad esempio, quelli che praticano la ribellione, desiderano malvagiamente le donne e infatti sono ragazzi violenti capaci di cose terribili. Invece quanti fanno la volontà del Signore sono puri e vivono nella calma, nell'amore, nella misericordia, nella purezza.

Non guardiamo dunque al vino della passione, perché quando la passione prende e va giù nel cuore, rischiamo di cadere nel peccato e il peccato morde come un serpente e punge come una vipera e il veleno del peccato è mortale. Ed ecco come ci dice la Scrittura, gli occhi del peccatore vedono cose strane, confuse perché il peccato ottenebra la mente e fa vedere il mondo grigio, contorto, fa vedere il mondo come un luogo di morte ed ecco le depressioni, gli abusi di alcol e droghe, ecco la perdizione che culmina con la morte eterna.

L'uomo ha la capacità di dire basta al peccato, basta alle impurità, basta alle droghe, basta alle dipendenze, basta al male, e questa capacità ce l'ha data il Signore nel giorno del Battesimo: La Fede. Con Fede l'uomo deve chiedere a Dio di liberarlo dal male e il Signore che ascolta sempre le preghiere fatte con Fede, l'esaudirà.

Infine una riflessione breve sui genitori: ascoltiamo i loro buoni consigli e non disprezziamoli quando sono vecchi perché i genitori sono sempre coloro che ci hanno dati la vita e noi dobbiamo amarli sempre e aiutarli quando sono nel bisogno.

Ascoltiamo tutti i consigli di questa Scrittura sapienziale di oggi e impareremo la via dell'integrità. E' il Signore che ci istruisce per bocca dei Suoi profeti, dunque prima che ai consigli di Salomone, noi diamo ascolto alla Sapienza e alla Parola di Dio.

domenica 20 febbraio 2011

Il Libro di Giobbe - Ventitreesimo appuntamento

Torna l'appuntamento con il Libro di Giobbe; questa settimana leggiamo la risposta di Bildad che si traduce in un inno all'Onnipotenza di Dio: 
 
[1]Bildad il Suchita prese a dire:

[2]V'è forse dominio e paura presso Colui
Che mantiene la pace nell'alto dei cieli?
[3]Si possono forse contare le sue schiere?
E sopra chi non sorge la sua luce?
[4]Come può giustificarsi un uomo davanti a Dio
e apparire puro un nato di donna?
[5]Ecco, la luna stessa manca di chiarore
e le stelle non sono pure ai suoi occhi:
[6]quanto meno l'uomo, questo verme,
l'essere umano, questo bruco!

COMMENTO 
Dopo l'intervento di Giobbe, prende la parola Bildad il Suchita e quasi spazientito, tesse una sorta di inno all'Onnipotenza del Dio Altissimo. Nulla da eccepire su quanto dice: infatti, l'uomo è nulla al cospetto di Dio e certamente non può dinanzi a Lui presentarsi senza colpa, perchè ingannerebbe sé stesso (Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi.Giovanni 1,8). Ma Bildad è comunque in errore perchè le sue parole sono dettate dallo stato spazientito derivante dal fatto che Giobbe non ammette di aver peccato, meritando così le sventure avvenute. E si vede l'ira crescente negli amici di Giobbe in quanto non accettano che un uomo possa dire di non aver peccato e quindi di non aver meritato le sventure poiché, secondo il loro pensiero, Dio punisce solo gli empi. Noi sappiamo, invece, che le sventure capitate a Giobbe non sono frutto di Dio e quindi possiamo affermare come Bildad, come gli altri presenti, sono in errore causato da un cuore chiuso e incapace di ascoltare e comprendere. 
Settimana prossima vedremo come Giobbe risponderà a queste parole di Bildad.

sabato 19 febbraio 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 42 - Lamento del levita esiliato

Salmo 42   

Lamento del levita esiliato 
[1]Al maestro del coro. Maskil. Dei figli di Core. 

[2]Come la cerva anela ai corsi d'acqua,
così l'anima mia anela a te, o Dio.
[3]L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente:
quando verrò e vedrò il volto di Dio? 

[4]Le lacrime sono mio pane giorno e notte,
mentre mi dicono sempre: «Dov'è il tuo Dio?».
[5]Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge:
attraverso la folla avanzavo tra i primi
fino alla casa di Dio,
in mezzo ai canti di gioia
di una moltitudine in festa. 

[6]Perché ti rattristi, anima mia,
perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio.
[7]In me si abbatte l'anima mia;
perciò di te mi ricordo
dal paese del Giordano e dell'Ermon, dal monte Misar.
[8]Un abisso chiama l'abisso al fragore delle tue cascate;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sopra di me sono passati. 

[9]Di giorno il Signore mi dona la sua grazia
di notte per lui innalzo il mio canto:
la mia preghiera al Dio vivente.
[10]Dirò a Dio, mia difesa:
«Perché mi hai dimenticato?
Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?».
[11]Per l'insulto dei miei avversari
sono infrante le mie ossa;
essi dicono a me tutto il giorno: «Dov'è il tuo Dio?». 

[12]Perché ti rattristi, anima mia,
perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio. 


COMMENTO

Salmo 42, uno dei salmi più conosciuti, salmo che oggi vuole dirci qualcosa di molto importante: la nostra anima è fatta per il Signore e proprio per questi motivi che nel corso della nostra vita siamo provati da angosce, difficoltà, sofferenze di vario genere. Il salmista descrive la situazione del provato, esortandolo a non trovare altre soluzioni all'infuori della speranza nel Signore. Anche quando gli altri ridono di noi e pensano che siamo creduloni perché crediamo nel Signore, noi non dobbiamo mai perdere la speranza perché abbiamo una, anzi la certezza: Cristo è risorto. Con questa certezza nel cuore, sopportiamo con mitezza le derisioni e cerchiamo continuamente il Volto di Dio perché chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Insieme al salmista diciamo dunque: anima mia, spera in Dio: lui salvezza del mio volto e mio Dio.

venerdì 18 febbraio 2011

Siracide - Ventunesimo appuntamento

Riprendiamo il nostro percorso del venerdì con il Siracide; oggi siamo giunti al ventunesimo capitolo che ci presenta il peccato nella sua intrinseca pericolosità e nella destinazione di chi ne segue la via:

[1]Figlio, hai peccato? Non farlo più
e prega per le colpe passate.
[2]Come alla vista del serpente fuggi il peccato:
se ti avvicini, ti morderà.
Denti di leone sono i suoi denti,
capaci di distruggere vite umane.
[3]Ogni trasgressione è come spada a doppio taglio:
non c'è rimedio per la sua ferita.
[4]Spavento e violenza fanno svanire la ricchezza;
così la casa del superbo sarà devastata.
[5]La preghiera del povero va dalla sua bocca agli orecchi di Dio,
il giudizio di lui verrà a suo favore.
[6]Chi odia il rimprovero segue le orme del peccatore,
ma chi teme il Signore si convertirà di cuore.
[7]Da lontano si riconosce il linguacciuto,
ma l'assennato conosce il suo scivolare.
[8]Chi costruisce la sua casa con ricchezze altrui
è come chi ammucchia pietre per l'inverno.
[9]Mucchio di stoppa è una riunione di iniqui;
la loro fine è una fiammata di fuoco.
[10]La via dei peccatori è appianata e senza pietre;
ma al suo termine c'è il baratro degli inferi.

COMMENTO 


Quello di oggi è un passo molto importante per noi peccatori, in quanto si sofferma proprio sul peccato e sulla sua intrinseca pericolosità. E' forte il richiamo a sfuggire il peccato: viene infatti utilizzata un'analogia molto forte e cioè viene preso in considerazione come termine di paragone il serpente. Pensiamoci: quando noi vediamo un serpente, la prima reazione è di paura e di conseguenza scappiamo il più veloce possibile perchè temiamo ciò che potrebbe farci, soprattutto se velenoso. Non ci pensiamo nemmeno ad avvicinarci perchè lo temiamo e conosciamo la sua velocità di azione.
 Allo stesso modo, dobbiamo fuggire alla vista del peccato in quanto il peccato è ancor più velenoso del serpente perchè avvelena non il corpo, ma l'anima condannandola a morte. E anche con il peccato bisogna esser prudenti evitando di avvicinarsi perchè nel momento in cui ci avviciniamo, diveniamo facili prede, senza via di fuga alcuna. 
Dunque quest'analogia serve a farci comprendere la pericolosità del peccato che tutti noi dobbiamo tenere lontano il più possibile: ci sono molti, invece, che stoltamente si mettono alla prova. Sfidano il peccato credendo di poter sfuggire, ma in questo modo, non fanno altro che divenire delle facili prede del divoratore per eccellenza e cioè del maligno. Pensiamo ad esempio alle droghe, alla sessualità impropria o ad altri vizi capitali: molte volte li sfidiamo a viso aperto, pensando di avere sufficiente autocontrollo e capacità di dominio: ma una volta avvicinati, siamo come attratti da qualcosa che ci inibisce ogni forma di autocontrollo trasformandoci in una sorta di marionetta, incapace di reagire ai movimenti imposti. E così si rischia di entrare anche in un circolo vizioso dal quale è difficile uscire: pensiamo alle varie forme di dipendenza dal peccato come la lussuria che tende a legare il peccatore al peccato in forma ossessiva. 
Ecco perchè il peccato non va mai giustificato né sottovalutato poiché in questo modo si rischia di contribuire ad accrescerne la potenzialità: e purtroppo, oggi, questo avviene spesso. Il peccato è oggi rafforzato in quante ha molte vie per tentare le anime e in quanto viene ripetutamente minimizzato e giustificato; pensiamo ai mass media che rendono lecito ciò che lecito non è come l'omosessualità o il sesso precoce o l'ingordigia e pensiamo a quante tentazioni sgorgano da esse. Se ai tempi di questo scritto, l'autore era così preoccupato dal sottolineare la pericolosità del peccato in analogia alla pericolosità del serpente, tanto più ciò deve valere oggi considerando che la pericolosità del peccato ha superato persino quella del serpente perchè nel mondo di oggi, è come se vivessimo circondati da una miriade di serpi velenose che ci impediscono di uscire o di scappar via. Per questo dobbiamo acquisire ancora più forza di volontà nel mantenere il peccato lontano da noi, cercando in ogni modo di mantenerlo a debita distanza, per evitare che ci possa avvelenare. 

L'autore del Siracide si spinge anche più in là e ci delinea qual è la meta finale che attende i peccatori: il baratro degli inferi. Questa è un ulteriore prova dell'esistenza di quel luogo definito da Gesù come luogo di pianto e stridore di denti: un luogo su cui oggi, molti dubitano dell'esistenza reale e concreta. E' assurdo pensare che l'inferno non esista: oggi ne abbiamo trovato un ulteriore riferimento come termine della via dei peccatori; una via spianata, priva di pietre, di facile percorribilità, ma che conduce in un luogo di morte. Gesù per questo dice: "Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano" (Matteo 7:13-14).


Dunque abbiamo dinanzi due vie: l'una di facile percorribilità, comoda o, come diremmo oggi, asfaltata; l'altra di difficile percorribilità, scomoda, angusta e non asfaltata. La ragione umana ci consiglierebbe di prendere la via comoda perchè non richiede la nostra fatica, ma la ragione divina, la nostra coscienza ci impone di prendere la strada scomoda e angusta perchè la meta è il Regno dei Cieli e l'anima nostra anela questo luogo più di qualsiasi altra cosa al mondo. Non ci resta che compiere questa scelta: se seguire la ragione umana o se seguire la ragione divina! 

giovedì 17 febbraio 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XIII parte

Continuiamo il nostro percorso volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica; la scorsa settimana abbiamo letto il Paragrafo 1 del capitolo primo: "Io credo in Dio Padre". Oggi proseguiamo con il secondo paragrafo del primo capitolo che si sofferma sulla persona del Padre:

Paragrafo 2 IL PADRE

I. “Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo”

232 I cristiani vengono battezzati “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” ( Mt 28,19). Prima rispondono “Io credo” alla triplice domanda con cui ad essi si chiede di confessare la loro fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito: “Fides omnium christianorum in Trinitate consistit La fede di tutti i cristiani si fonda sulla Trinità” [San Cesario d'Arles, Expositio symboli (sermo 9): CCL 103, 48].

233 I cristiani sono battezzati “nel nome” - e non “nei nomi” - del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; [Professione di fede del papa Vigilio nel 552: Denz. -Schönm., 415] infatti non vi è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il Figlio suo unigenito e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità.


234 Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l'insegnamento più fondamentale ed essenziale nella “gerarchia delle verità” di fede [Congregazione per il clero, Direttorio catechistico generale, 43]. “Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato” [Congregazione per il clero, Direttorio catechistico generale, 43].

235 In questo paragrafo, si esporrà in breve in qual modo è stato rivelato il mistero della Beata Trinità (I), come la Chiesa ha formulato la dottrina della fede in questo mistero (II), e infine, come, attraverso le missioni divine del Figlio e dello Spirito Santo, Dio Padre realizza il suo “benevolo disegno” di creazione, redenzione e santificazione (III).


236 I Padri della Chiesa fanno una distinzione tra la “Theologia” e l'“Oikonomia”, designando con il primo termine il mistero della vita intima del Dio-Trinità, e con il secondo tutte le opere di Dio, con le quali egli si rivela e comunica la sua vita. Attraverso l' “Oikonomia” ci è rivelata la “Theologia”; ma, inversamente, è la “Theologia” che illumina tutta l' “Oikonomia”. Le opere di Dio rivelano chi egli è in se stesso; e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l'intelligenza di tutte le sue opere. Avviene così, analogicamente, tra le persone umane. La persona si mostra attraverso le sue azioni, e, quanto più conosciamo una persona, tanto più comprendiamo le sue azioni.

237 La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei “misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3015]. Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell'opera della creazione e nella sua Rivelazione lungo il corso dell'Antico Testamento. Ma l'intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d'Israele, prima dell'Incarnazione del Figlio di Dio e dell'invio dello Spirito Santo.

II. La Rivelazione di Dio come Trinità

Il Padre rivelato dal Figlio

238 In molte religioni Dio viene invocato come “Padre”. Spesso la divinità è considerata come “padre degli dèi e degli uomini”. Presso Israele, Dio è chiamato Padre in quanto Creatore del mondo [Cf  Dt 32,6;  Ml 2,10 ]. Ancor più Dio è Padre in forza dell'Alleanza e del dono della Legge fatto a Israele, suo “figlio primogenito” ( Es 4,22). È anche chiamato Padre del re d'Israele [Cf  2Sam 7,14 ]. In modo particolarissimo Egli è “il Padre dei poveri”, dell'orfano, della vedova, che sono sotto la sua protezione amorosa [Cf  Sal 68,6 ].

239 Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d'amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l'immagine della maternità, [Cf  Is 66,13; 239  Sal 131,2 ] che indica ancor meglio l'immanenza di Dio, l'intimità tra Dio e la sua creatura. Il linguaggio della fede si rifà così all'esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l'uomo i primi rappresentanti di Dio. Tale esperienza, però, mostra anche che i genitori umani possono sbagliare e sfigurare il volto della paternità e della maternità. Conviene perciò ricordare che Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna, egli è Dio. Trascende pertanto la paternità e la maternità umane, [Cf  Sal 27,10 ] pur essendone l'origine e il modello: [Cf  Ef 3,14;  Is 49,15 ] nessuno è padre quanto Dio.


240 Gesù ha rivelato che Dio è “Padre” in un senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore; egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo Unigenito, il quale non è eternamente Figlio se non in relazione al Padre suo: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” ( Mt 11,27).

241 Per questo gli Apostoli confessano Gesù come “il Verbo” che “in principio” “era presso Dio”, “il Verbo” che “era Dio” ( Gv 1,1), come “l'immagine del Dio invisibile” ( Col 1,15), come l'“irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” ( Eb 1,3).

242 Sulla loro scia, seguendo la Tradizione Apostolica, la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è “consustanziale” al Padre, cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea ed ha confessato “il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre” [Denz. -Schönm., 150].


Il Padre e il Figlio rivelati dallo Spirito

243 Prima della sua Pasqua, Gesù annunzia l'invio di un “altro Paraclito” (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, [Cf  Gen 1,2 ] che già aveva “parlato per mezzo dei profeti” (Simbolo di Nicea-Costantinopoli), dimorerà presso i discepoli e sarà in loro, [Cf  Gv 14,17 ] per insegnare loro ogni cosa [Cf  Gv 14,26 ] e guidarli “alla verità tutta intera” ( Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un'altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

244 L'origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal Padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre [Cf  Gv 14,26;  Gv 15,26;  Gv 16,14 ]. L'invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù [Cf Gv 7,39 ] rivela in pienezza il Mistero della Santa Trinità.


245 La fede apostolica riguardante lo Spirito è stata confessata dal secondo Concilio Ecumenico nel 381 a Costantinopoli: “Crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà vita; che procede dal Padre” [Denz. -Schönm., 150]. Così la Chiesa riconosce il Padre come “la fonte e l'origine di tutta la divinità” [Concilio di Toledo VI (638): Denz. -Schönm., 490]. L'origine eterna dello Spirito Santo non è tuttavia senza legame con quella del Figlio: “Lo Spirito Santo, che è la Terza Persona della Trinità, è Dio, uno e uguale al Padre e al Figlio, della stessa sostanza e anche della stessa natura... Tuttavia, non si dice che Egli è soltanto lo Spirito del Padre, ma che è, ad un tempo, lo Spirito del Padre e del Figlio” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 527]. Il Credo del Concilio di Costantinopoli della Chiesa confessa: “Con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato” [Denz.-Schönm., 150].

246 La tradizione latina del Credo confessa che lo Spirito “procede dal Padre e dal Figlio [Filioque] ”. Il Concilio di Firenze, nel 1439, esplicita: “Lo Spirito Santo ha la sua essenza e il suo essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio e. . . procede eternamente dall'Uno e dall'Altro come da un solo Principio e per una sola spirazione. . . E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, ad eccezione del suo essere Padre, anche questo procedere dello Spirito Santo a partire dal Figlio lo riceve dall'eternità dal suo Padre che ha generato il Figlio stesso” [Concilio di Firenze: Denz. -Schönm., 1300-1301].

247 L'affermazione del Filioque mancava nel Simbolo confessato a Costantinopoli nel 381. Ma sulla base di una antica tradizione latina e alessandrina, il Papa san Leone l'aveva già dogmaticamente confessata nel 447, [Cf San Leone Magno, Lettera Quam laudabiliter: Denz. -Schönm., 284] prima che Roma conoscesse e ricevesse, nel 451, durante il Concilio di Calcedonia, il Simbolo del 381. L'uso di questa formula nel Credo è entrato a poco a poco nella Liturgia latina (tra i secoli VIII e XI). L'introduzione del “Filioque” nel Simbolo di Nicea-Costantinopoli da parte della Liturgia latina costituisce tuttavia, ancora oggi, un punto di divergenza con le Chiese ortodosse.

248 La tradizione orientale mette innanzi tutto in rilievo che il Padre, in rapporto allo Spirito, è l'origine prima. Confessando che lo Spirito “procede dal Padre” (Gv 15,26), afferma che lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2]. La tradizione occidentale dà maggior risalto alla comunione consustanziale tra il Padre e il Figlio affermando che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (Filioque). Lo dice “lecitamente e ragionevolmente”; [Concilio di Firenze (1439): Denz. -Schönm., 1302] infatti l'ordine eterno delle Persone divine nella loro comunione consustanziale implica che il Padre sia l'origine prima dello Spirito in quanto “principio senza principio”, [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1331] ma pure che, in quanto Padre del Figlio Unigenito, Egli con Lui sia “l'unico principio dal quale procede lo Spirito Santo” [Cf Concilio di Lione II (1274): Denz. -Schönm., 850]. Questa legittima complementarità, se non viene inasprita, non scalfisce l'identità della fede nella realtà del medesimo mistero confessato.

III. La Santa Trinità nella dottrina della fede

La formazione del dogma trinitario

249 La verità rivelata della Santa Trinità è stata, fin dalle origini, alla radice della fede vivente della Chiesa, principalmente per mezzo del Battesimo. Trova la sua espressione nella regola della fede battesimale, formulata nella predicazione, nella catechesi e nella preghiera della Chiesa. Simili formulazioni compaiono già negli scritti apostolici, come ad esempio questo saluto, ripreso nella Liturgia eucaristica: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” ( 2Cor 13,13) [Cf  1Cor 12,4-6;  Ef 4,4-6 ].

250 Nel corso dei primi secoli, la Chiesa ha cercato di formulare in maniera più esplicita la sua fede trinitaria, sia per approfondire la propria intelligenza della fede, sia per difenderla contro errori che la alteravano. Fu questa l'opera degli antichi Concili, aiutati dalla ricerca teologica dei Padri della Chiesa e sostenuti dal senso della fede del popolo cristiano.

251 Per la formulazione del dogma della Trinità, la Chiesa ha dovuto sviluppare una terminologia propria ricorrendo a nozioni di origine filosofica: “sostanza”, “persona” o “ipostasi”, “relazione”, ecc. Così facendo, non ha sottoposto la fede ad una sapienza umana, ma ha dato un significato nuovo, insolito a questi termini assunti ora a significare anche un Mistero inesprimibile, “infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire a misura d'uomo” [ Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 2].

252 La Chiesa adopera il termine “sostanza” (reso talvolta anche con “essenza” o “natura”) per designare l'Essere divino nella sua unità, il termine “persona” o “ipostasi” per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine “relazione” per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.


Il dogma della Santa Trinità

253 La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: “la Trinità consustanziale” [Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. Le Persone divine non si dividono l'unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: “Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 530]. “Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l'essenza o la natura divina” [Concilio Lateranense IV (1215): Denz.-Schönm., 804].

254 Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. “Dio è unico ma non solitario” [Fides Damasi: Denz. -Schönm., 71]. “Padre”, “Figlio” e “Spirito Santo” non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell'Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: “il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 530]. Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: “È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede” [Concilio Lateranense IV (1215): Denz. -Schönm., 804]. L'Unità divina è Trina.

255 Le Persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle Persone divine tra loro, poiché non divide l'unità divina, risiede esclusivamente nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre: “Nei nomi relativi delle Persone, il Padre è riferito al Figlio, il Figlio al Padre, lo Spirito Santo all'uno e all'altro; quando si parla di queste tre Persone considerandone le relazioni, si crede tuttavia in una sola natura o sostanza” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm. , 528]. Infatti “tutto è una cosa sola in loro, dove non si opponga la relazione” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1330]. “Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1330].

256 Ai catecumeni di Costantinopoli san Gregorio Nazianzeno, detto anche “il Teologo”, consegna questa sintesi della fede trinitaria:

Innanzi tutto, conservatemi questo prezioso deposito, per il quale io vivo e combatto, con il quale voglio morire, che mi rende capace di sopportare ogni male e di disprezzare tutti i piaceri: intendo dire la professione di fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Io oggi ve la affido. Con essa fra poco vi immergerò nell'acqua e da essa vi trarrò. Ve la dono, questa professione, come compagna e patrona di tutta la vostra vita. Vi do una sola Divinità e Potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa. . . Di tre infiniti è l'infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intiero. . . Dio le Tre Persone considerate insieme. . . Ho appena appena incominciato a pensare all'Unità ed eccomi immerso nello splendore della Trinità. Ho appena incominciato a pensare alla Trinità ed ecco che l'Unità mi sazia. . [San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 40, 41: PG 36, 417].

IV. Le operazioni divine e le missioni trinitarie

257 “O lux, beata Trinitas et principalis Unitas - O luce, Trinità beata e originaria Unità!” [Liturgia delle Ore, Inno ai Vespri “O lux beata Trinitas”]. Dio è eterna beatitudine, vita immortale, luce senza tramonto. Dio è Amore: Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio liberamente vuol comunicare la gloria della sua vita beata. Tale è il disegno della sua benevolenza, [Cf  Ef 1,9 ] disegno che ha concepito prima della creazione del mondo nel suo Figlio diletto, “predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” ( Ef 1,4-5), cioè “ad essere conformi all'immagine del Figlio suo” ( Rm 8,29), in forza dello “Spirito da figli adottivi”( Rm 8,15). Questo progetto è una “grazia che ci è stata data. . . fin dall'eternità” ( 2Tm 1,9-10) e che ha come sorgente l'amore trinitario. Si dispiega nell'opera della creazione, in tutta la storia della salvezza dopo la caduta, nella missione del Figlio e in quella dello Spirito, che si prolunga nella missione della Chiesa [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2-9].

258 Tutta l'Economia divina è l'opera comune delle tre Persone divine. Infatti, la Trinità, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima operazione [Cf Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre principi della creazione, ma un solo principio” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1331]. Tuttavia, ogni Persona divina compie l'operazione comune secondo la sua personale proprietà. Così la Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento [Cf  1Cor 8,6 ] professa: “Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose” [Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. Le missioni divine dell'Incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine.


259 Tutta l'Economia divina, opera comune e insieme personale, fa conoscere tanto la proprietà delle Persone divine, quanto la loro unica natura. Parimenti, tutta la vita cristiana è comunione con ognuna delle Persone divine, senza in alcun modo separarle. Chi rende gloria al Padre lo fa per il Figlio nello Spirito Santo; chi segue Cristo, lo fa perché il Padre lo attira [Cf  Gv 6,44 ] e perché lo Spirito lo guida [Cf  Rm 8,14 ].


260 Il fine ultimo dell'intera Economia divina è che tutte le creature entrino nell'unità perfetta della Beata Trinità [Cf  Gv 17,21-23 ]. Ma fin d'ora siamo chiamati ad essere abitati dalla Santissima Trinità: “Se uno mi ama”, dice il Signore, “osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” ( Gv 14,23):

O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per stabilirmi in te, immobile e serena come se la mia anima fosse già nell'eternità; nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da te, o mio Immutabile, ma che ogni minuto mi porti più addentro nella profondità del tuo Mistero! Pacifica la mia anima; fanne il tuo cielo, la tua dimora amata e il luogo del tuo riposo. Che io non ti lasci mai sola, ma che sia lì, con tutta me stessa, tutta vigile nella mia fede, tutta adorante, tutta offerta alla tua azione creatrice [Beata Elisabetta della Trinità, Preghiera].


IN SINTESI

261 Il Mistero della Santissima Trinità è il Mistero centrale della fede e della vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo.

262 L'Incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è consustanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio.

263 La missione dello Spirito Santo, che il Padre manda nel nome del Figlio [Cf  Gv 14,26 ] e che il Figlio manda “dal Padre” ( Gv 15,26), rivela che egli è con loro lo stesso unico Dio. “Con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato”.

264 “Lo Spirito Santo procede, primariamente, dal Padre e, per il dono eterno che il Padre ne fa al Figlio, procede dal Padre e dal Figlio in comunione” [Sant'Agostino, De Trinitate, 15, 26, 47].

265 Attraverso la grazia del Battesimo “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, siamo chiamati ad aver parte alla vita della Beata Trinità, quaggiù nell'oscurità della fede, e, oltre la morte, nella luce eterna [Cf Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 9].

266 “Fides autem catholica haec est, ut unum Deum in Trinitate, et Trinitatem in unitate veneremur, neque confundentes personas, neque substantiam separantes: alia enim est persona Patris, alia Filii, alia Spiritus Sancti; sed Patris et Filii et Spiritus Sancti est una divinitas, aequalis gloria, coaeterna maiestas - La fede cattolica consiste nel venerare un Dio solo nella Trinità, e la Trinità nell'Unità, senza confusione di Persone né separazione della sostanza: altra infatti è la Persona del Padre, altra quella del Figlio, altra quella dello Spirito Santo; ma unica è la divinità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, uguale la gloria, coeterna la maestà” [Simbolo “Quicumque”: Denz. -Schönm., 75].

267 Inseparabili nella loro sostanza, le Persone divine sono inseparabili anche nelle loro operazioni. Ma nell'unica operazione divina ogni Persona manifesta ciò che le è proprio nella Trinità, soprattutto nelle missioni divine dell'Incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo.