domenica 30 ottobre 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - XVIII

Proseguiamo l'appuntamento domenicale con "Filotea: Introduzione alla vita devota" di San Francesco di Sales. Proseguiamo la lettura delle Meditazioni con la decima:





FILOTEA
Introduzione alla vita devota

(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE


Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla

CAPITOLO XVIII

Decima Meditazione: L’ELEZIONE E LA SCELTA DELLA VITA DEVOTA


Preparazione

Mettiti alla presenza di Dio.

Abbassati davanti a lui, domanda il suo aiuto.

Considerazioni

Immagina di nuovo di trovarti in aperta campagna, sola, con il tuo Angelo; a sinistra c’è il diavolo assiso su un grande trono, altissimo, con tanti diavoli vicino; intorno un’immensa moltitudine di mondani che lo riconoscono padrone e signore e gli rendono omaggio, chi peccando in un modo chi in un altro. Esamina il contegno di tutti i disgraziati cortigiani di quel re d’abominio: alcuni sono furiosi per l’odio, l’invidia, la collera; altri si uccidono tra loro; altri, smunti, tesi e ansiosi accumulano ricchezze; altri poi sono presi dalla vanità, senza provare un solo piacere che non sia vuoto e sciocco; altri ancora sono abbruttiti, smarriti, corrotti nelle loro passioni animalesche.

Guarda come tutti sono senza pace, disordinati e senza ritegno; guarda come si disprezzano a vicenda: al massimo trovi un ipocrita parvenza d’amore.

A destra c’è Gesù Cristo crocifisso, che, con un amore cordiale, prega per quegli infelici dominati dal diavolo, perché si liberino da quella tirannide, e li chiama a sé. Intorno a Lui vedi una grande moltitudine di devoti con i loro Angeli. Ammira la bellezza di questo regno della devozione. E’ meraviglioso vedere la schiera delle Vergini, uomini e donne, bianca più dei gigli; la schiera delle Vedove, spiranti mortificazione e umiltà; guarda la schiera degli Sposi, che vivono insieme con grande dolcezza e rispetto reciproco, segno di un grande amore: guarda come quelle anime devote sanno unire la cura della casa terrena con quella del cielo, l’amore del marito con quello di Cristo. Volgi lo sguardo intorno e vedrai tutti con un contegno santo, mite, amabile, mentre ascoltano Nostro Signore. Tutti vorrebbero poterlo mettere al centro del loro cuore. Si rallegrano, ma di una gioia serena, piena di amore e controllata; si vogliono bene tra loro, ma di un amore bello e pulito. Coloro che sono afflitti, tra quel popolo eletto, non si tormentano più di tanto e non perdono il contegno. Noterai gli occhi del Salvatore che li consola e tutti vogliono stargli vicino.

Tu hai già abbandonato Satana con la sua disgraziata compagnia; lo hai fatto con i tuoi santi affetti; tuttavia non sei ancora giunta presso il Re Gesù; e non sei ancora unita alla felice e santa compagnia dei devoti, anzi sei sempre rimasta a mezza strada.

La Vergine santa, con S. Giuseppe, S. Luigi, S. Monica, e centomila altri, che si trovano nella schiera di coloro che sono vissuti nel mondo, ti invitano e ti incoraggiano.

Il Re crocifisso ti chiama per nome: Vieni, o amata, vieni perché io possa incoronarti.

Scelta

O mondo, gente abominevole, non mi vedrai mai più dietro ai tuoi vessilli: ho detto addio per sempre alle tue pazzie e alle tue vanità.

Re dell’orgoglio, dell’infelicità, spirito d’inferno, io rinuncio a te e a tutte le tue invenzioni. Ti odio e con te tutte le tue opere.

Mi converto a te, dolce Gesù, Re della felicità e della gloria che non muore; ti abbraccio con tutte le forze della mia anima, ti adoro con tutto il cuore, ti scelgo, ora e per sempre, a mio Re, e ti prometto fedeltà senza pentimenti; prometto obbedienza alle tue sante leggi, voglio ascoltare i tuoi consigli.

O Vergine Santa, mia cara padrona, ti prendo per guida, mi metto sotto la tua bandiera, ti prometto un particolare rispetto e una riverenza tutta speciale. Mio Santo Angelo, presentami a quella santa assemblea: non lasciarmi finché non mi sia unita a quella beata brigata, assieme alla quale dico e dirò sempre, a prova della scelta operata: Viva Gesù, Viva Gesù!

sabato 29 ottobre 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 76 - Ode al Dio terribile

Salmo 76   

Ode al Dio terribile 
[1]Al maestro del coro. Su strumenti a corda con cetre.Salmo.
Di Asaf. Canto.
[2]Dio è conosciuto in Giuda,
in Israele è grande il suo nome.
[3]E' in Gerusalemme la sua dimora,
la sua abitazione, in Sion.
[4]Qui spezzò le saette dell'arco,
lo scudo, la spada, la guerra. 

[5]Splendido tu sei, o Potente,
sui monti della preda;
[6]furono spogliati i valorosi,
furono colti dal sonno,
nessun prode ritrovava la sua mano.
[7]Dio di Giacobbe, alla tua minaccia,
si arrestarono carri e cavalli. 

[8]Tu sei terribile; chi ti resiste
quando si scatena la tua ira?
[9]Dal cielo fai udire la sentenza:
sbigottita la terra tace
[10]quando Dio si alza per giudicare,
per salvare tutti gli umili della terra. 

[11]L'uomo colpito dal tuo furore ti dà gloria,
gli scampati dall'ira ti fanno festa.
[12]Fate voti al Signore vostro Dio e adempiteli,
quanti lo circondano portino doni al Terribile,
[13]a lui che toglie il respiro ai potenti;
è terribile per i re della terra.

Commento del compianto Padre Lino Pedron dal sito http://www.padrelinopedron.it

Il salmo 76 è il bollettino della vittoria del Dio d’Israele in Sion, dopo la conquista da parte di Davide e la traslazione dell’arca.
La vittoria militare è stata un giudizio storico di Dio. Gli aggressori ingiusti sono stati sconfitti, gli innocenti indifesi sono stati liberati, e tutto ciò per puro intervento di Dio.
Il filo della vita è nelle mani di Dio e questo, se è fonte di terrore per i prìncipi e i sovrani prepotenti, è fonte di serenità per i giusti che si abbandonano nelle mani di Dio.
Questo salmo abbraccia con un atto di fede il passato, il presente e il futuro e dà al credente l’impronta escatologica che la rivelazione biblica esige.
Commento dei padri della chiesa
v. 2 "La vera Giudea, il vero Israele, è l’anima che conosce Dio" (Atanasio).
"Prima che la croce illuminasse il mondo, prima che il Signore si mostrasse in terra, il Signore era conosciuto in Giudea, il suo nome era grande in Israele. Ma quando è venuto il Salvatore, la sua fama si è diffusa in tutta la terra" (Girolamo).
v. 3 "Dapprima il luogo di Dio era per noi nella pace (in Gerusalemme); ma ora si è fatto egli stesso Pace. Il luogo di Dio è nella Gerusalemme di lassù... Mentre il peccatore dà luogo al diavolo, l’anima che ha vinto le passioni fa posto a Dio. Dio desidera abitare in noi e passeggiare tra noi (cfr. Gen 3,8). Il luogo di Dio e la sua abitazione sono l’anima pura, lo spirito contemplativo" (Origene).
"Il luogo di Dio non è Gerusalemme, ma la pace. Raramente sulla terra, ma in ogni caso nella Gerusalemme celeste, si trovano quelli in cui Dio abita e tra i quali passeggia" (Eusebio).
v. 4 "Dove li ha spezzati? Nella pace eterna, nella pace perfetta" (Agostino).
v. 6 "Dormivano nelle illusioni di questa vita mortale per un breve tempo. Pensavano grandi cose sulle ricchezze e si credevano potenti: sono stati affogati nei piaceri che le ricchezze loro procuravano. E, risvegliati tutt’a un tratto, trascinati fuori da questa vita, si vedevano a mani vuote, senza niente (cfr. Sal 49). Dormivano il loro sonno, immersi nei loro sogni e nelle loro fantasie. Sono turbati tutt’a un tratto, per il rimprovero divino" (Eusebio).
"Nella loro vita hanno dormito. Non c’è nulla tra le loro mani: come potrebbero trovare ciò che non hanno fatto? Uomini ricchi: la loro forza materiale non li ha aiutati. Una volta decretata la loro sentenza, è come se non avessero potuto svegliarsi... Le guardie della tomba di Gesù hanno dormito e non l’hanno più trovato" (Atanasio).
"Dormono la loro vita come un sogno e al risveglio non si ritrovano in mano nessuna ricchezza" (Agostino).
"Questo sogno è deludente, ingannevole, fallace. Si rallegrano di un aumento di ricchezza, di un bel matrimonio, di grandi onori e tutt’a un tratto non hanno più nulla in mano" (Cassiodoro).
"I ricchi e i forti sono quelli che dormono il sonno della loro vita e muoiono a mani vuote. Il termine ricchi designa gli arroganti che contano su se stessi e non su Dio solo" (Arnobio il giovane).
v. 7 "La minaccia del Signore rende i giusti più attenti, li sveglia, ma addormenta gli increduli. Si arrestarono carri e cavalli: il faraone, e il suo carro, è giunto dormendo al sonno eterno in cui non ci si riposa mai. Il faraone è un’immagine classica dell’orgoglio" (Cassiodoro).
v. 8 "Ora essi sognano e contestano: quando Dio apparirà nella sua ira, chi gli resisterà?" (Agostino).
v. 9 "La terra avrà timore nel giorno del giudizio. Dio salverà gli umili di cuore" (Atanasio).
v. 10 "Dio salverà solamente gli umili" (Arnobio il giovane).
v. 11 "Il pensiero dell’uomo si confesserà a te, cioè: tutto sarà rivelato" (Eusebio).
"Renderemo conto non solo delle nostre azioni, ma anche dei nostri pensieri" (Atanasio).
v. 12 "Fate voti: promettete una vita buona, finché siete nella vita presente; promettetela al Terribile. Quando il Signore verrà, rigetterà il servo infedele (cfr. Lc 12,46)... Compite ciò che avete promesso nel giorno del battesimo" (Atanasio).
"Che voto dobbiamo fare? Credere in lui, sperare da lui la vita eterna, vivere bene" (Agostino).
"Nella consacrazione del battesimo hanno fatto voto di offrire se stessi e rinunciare a tutte le opere del diavolo: è questo che dovete rendere al Signore vostro Dio" (Arnobio il giovane).
v. 13 "Il Salvatore è terribile per lo spirito dei prìncipi di questo mondo" (Origene).
"Dio è terribile per i re della terra che si credono forti" (Arnobio il giovane).

giovedì 27 ottobre 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XLIX

Proseguiamo l'appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Continuiamo la lettura dell'Articolo 1 della seconda parte:



PARTE SECONDA  
LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO

SEZIONE PRIMA 
L'ECONOMIA SACRAMENTALE

CAPITOLO PRIMO 
IL MISTERO PASQUALE NEL TEMPO DELLA CHIESA

ARTICOLO 1 
LITURGIA - OPERA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

III. Lo Spirito Santo e la Chiesa nella liturgia


1091 Nella liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del popolo di Dio, l'artefice di quei « capolavori di Dio » che sono i sacramenti del Nuovo Testamento. Il desiderio e l'opera dello Spirito nel cuore della Chiesa è che noi viviamo della vita di Cristo risorto. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza una vera cooperazione. Grazie ad essa, la liturgia diventa opera comune dello Spirito Santo e della Chiesa.


1092 In questa comunicazione sacramentale del mistero di Cristo, lo Spirito Santo agisce allo stesso modo che negli altri tempi dell'Economia della salvezza: egli prepara la Chiesa ad incontrare il suo Signore; ricorda e manifesta Cristo alla fede dell'assemblea; rende presente e attualizza il mistero di Cristo per mezzo della sua potenza trasformatrice; infine, lo Spirito di comunione unisce la Chiesa alla vita e alla missione di Cristo.


Lo Spirito Santo prepara ad accogliere Cristo


1093 Nell'economia sacramentale lo Spirito Santo dà compimento alle figure dell'Antica Alleanza. Poiché la Chiesa di Cristo era « mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'Antica Alleanza »,24 la liturgia della Chiesa conserva come parte integrante e insostituibile, facendoli propri, alcuni elementi del culto dell'Antica Alleanza:


— in modo particolare la lettura dell'Antico Testamento;


— la preghiera dei salmi;


— e, soprattutto, il memoriale degli eventi salvifici e delle realtà prefigurative che hanno trovato il loro compimento nel mistero di Cristo (la Promessa e l'Alleanza, l'Esodo e la Pasqua, il Regno e il Tempio, l'Esilio e il Ritorno).


1094 Proprio su questa armonia dei due Testamenti25 si articola la catechesi pasquale del Signore26 e in seguito quella degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Tale catechesi svela ciò che rimaneva nascosto sotto la lettera dell'Antico Testamento: il mistero di Cristo. Essa è chiamata « tipologica » in quanto rivela la novità di Cristo a partire dalle « figure » (JbB@4) che lo annunziavano nei fatti, nelle parole e nei simboli della prima Alleanza. Attraverso questa rilettura nello Spirito di verità a partire da Cristo, le figure vengono svelate.27 Così, il diluvio e l'arca di Noè prefiguravano la salvezza per mezzo del Battesimo,28 come pure la nube e la traversata del Mar Rosso; l'acqua dalla roccia era figura dei doni spirituali di Cristo;29 la manna nel deserto prefigurava l'Eucaristia, « il vero pane dal cielo » (Gv 6,32).


1095 Per questo la Chiesa, specialmente nei tempi di Avvento, di Quaresima e soprattutto nella notte di Pasqua, rilegge e rivive tutti questi grandi eventi della storia della salvezza nell'« oggi » della sua liturgia. Ma questo esige pure che la catechesi aiuti i fedeli ad aprirsi a tale intelligenza « spirituale » dell'Economia della salvezza, come la liturgia della Chiesa la manifesta e ce la fa vivere.


1096 Liturgia ebraica e liturgia cristiana. Una migliore conoscenza della fede e della vita religiosa del popolo ebraico, quali sono professate e vissute ancora al presente, può aiutare a comprendere meglio certi aspetti della liturgia cristiana. Per gli ebrei e per i cristiani la Sacra Scrittura è una parte essenziale delle loro liturgie: per la proclamazione della Parola di Dio, la risposta a questa Parola, la preghiera di lode e di intercessione per i vivi e per i morti, il ricorso alla misericordia divina. La liturgia della Parola, nella sua specifica struttura, ha la sua origine nella preghiera ebraica. La preghiera delle Ore e altri testi e formulari liturgici hanno in essa i loro corrispettivi, come pure le stesse formule delle nostre preghiere più degne di venerazione, tra le quali il « Padre nostro ». Anche le preghiere eucaristiche si ispirano a modelli della tradizione ebraica. Il rapporto tra la liturgia ebraica e quella cristiana, ma anche le differenze tra i loro contenuti, sono particolarmente visibili nelle grandi feste dell'anno liturgico, come la Pasqua. Cristiani ed ebrei celebrano la Pasqua: Pasqua della storia, tesa verso il futuro, presso gli ebrei; presso i cristiani, Pasqua compiuta nella morte e nella risurrezione di Cristo, anche se ancora in attesa della definitiva consumazione.


1097 Nella liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell'Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa. L'assemblea liturgica riceve la propria unità dalla « comunione dello Spirito Santo » che riunisce i figli di Dio nell'unico corpo di Cristo. Essa supera le affinità umane, razziali, culturali e sociali.


1098 L'assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere un popolo ben disposto.30 Questa preparazione dei cuori è opera comune dello Spirito Santo e dell'assemblea, in particolare dei suoi ministri. La grazia dello Spirito Santo cerca di risvegliare la fede, la conversione del cuore e l'adesione alla volontà del Padre. Queste disposizioni sono il presupposto per l'accoglienza delle altre grazie offerte nella celebrazione stessa e per i frutti di vita nuova che essa è destinata a produrre in seguito.


Lo Spirito Santo ricorda il mistero di Cristo


1099 Lo Spirito e la Chiesa cooperano per manifestare Cristo e la sua opera di salvezza nella liturgia. Specialmente nell'Eucaristia, e in modo analogo negli altri sacramenti, la liturgia è Memoriale del mistero della salvezza. Lo Spirito Santo è la memoria viva della Chiesa.31


1100 La Parola di Dio. Lo Spirito Santo ricorda in primo luogo all'assemblea liturgica il senso dell'evento della salvezza vivificando la Parola di Dio che viene annunziata per essere accolta e vissuta:


« Massima è l'importanza della Sacra Scrittura nel celebrare la liturgia. Da essa infatti vengono tratte le letture da spiegare nell'omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni ».32


1101 È lo Spirito Santo che dona ai lettori e agli uditori, secondo le disposizioni dei loro cuori, l'intelligenza spirituale della Parola di Dio. Attraverso le parole, le azioni e i simboli che costituiscono la trama di una celebrazione, egli mette i fedeli e i ministri in relazione viva con Cristo, Parola e Immagine del Padre, affinché possano trasfondere nella loro vita il significato di ciò che ascoltano, contemplano e compiono nella celebrazione.


1102 « In virtù della parola salvatrice la fede [...] si alimenta nel cuore dei credenti, e con la fede ha inizio e cresce la comunità dei credenti ».33 L'annunzio della Parola di Dio non si limita ad un insegnamento: essa sollecita la risposta della fede, come adesione e impegno, in vista dell'Alleanza tra Dio e il suo popolo. È ancora lo Spirito Santo che elargisce la grazia della fede, la fortifica e la fa crescere nella comunità. L'assemblea liturgica è prima di tutto comunione nella fede.


1103 La •<Vµ<0F4H. La celebrazione liturgica si riferisce sempre agli interventi salvifici di Dio nella storia. « L'economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro [...]. Le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto ».34 Nella liturgia della Parola lo Spirito Santo « ricorda » all'assemblea tutto ciò che Cristo ha fatto per noi. Secondo la natura delle azioni liturgiche e le tradizioni rituali delle Chiese, una celebrazione « fa memoria » delle meraviglie di Dio attraverso una anamnesi più o meno sviluppata. Lo Spirito Santo, che in tal modo risveglia la memoria della Chiesa, suscita di conseguenza l'azione di grazie e la lode (*@>@8@(\").


Lo Spirito Santo attualizza il mistero di Cristo


1104 La liturgia cristiana non soltanto ricorda gli eventi che hanno operato la nostra salvezza; essa li attualizza, li rende presenti. Il mistero pasquale di Cristo viene celebrato, non ripetuto; sono le celebrazioni che si ripetono; in ciascuna di esse ha luogo l'effusione dello Spirito Santo che attualizza l'unico mistero.


1105 La ¦B\i80F4H (« invocazione-su ») è l'intercessione con la quale il sacerdote supplica il Padre di inviare lo Spirito Santificatore affinché le offerte diventino il Corpo e il Sangue di Cristo e i fedeli, ricevendole, divengano essi pure un'offerta viva a Dio.


1106 Insieme con l'anamnesi, l'epiclesi è il cuore di ogni celebrazione sacramentale, in modo particolare dell'Eucaristia:


« Tu chiedi in che modo il pane diventa Corpo di Cristo e il vino [...] Sangue di Cristo? Te lo dico io: lo Spirito Santo discende e realizza ciò che supera ogni parola e ogni pensiero. [...] Ti basti sapere che questo avviene per opera dello Spirito Santo, allo stesso modo che dalla santa Vergine e per mezzo dello Spirito Santo il Signore, da se stesso e in se stesso, assunse la carne ».35


1107 La forza trasformatrice dello Spirito Santo nella liturgia affretta la venuta del Regno e la consumazione del mistero della salvezza. Nell'attesa e nella speranza egli ci fa realmente anticipare la piena comunione della Santissima Trinità. Mandato dal Padre che esaudisce l'epiclesi della Chiesa, lo Spirito dona la vita a coloro che l'accolgono, e costituisce per essi, fin d'ora, « la caparra » della loro eredità.36


La comunione dello Spirito Santo


1108 Il fine della missione dello Spirito Santo in ogni azione liturgica è quello di mettere in comunione con Cristo per formare il suo corpo. Lo Spirito Santo è come la linfa della vite del Padre che porta il suo frutto nei tralci.37 Nella liturgia si attua la più stretta cooperazione tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Egli, lo Spirito di comunione, rimane nella Chiesa in modo indefettibile, e per questo la Chiesa è il grande sacramento della comunione divina che riunisce i figli di Dio dispersi. Il frutto dello Spirito nella liturgia è inseparabilmente comunione con la Santissima Trinità e comunione fraterna.38


1109 L'epiclesi è anche preghiera per la piena realizzazione della comunione dell'assemblea al mistero di Cristo. « La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo » (2 Cor 13,13) devono rimanere sempre con noi e portare frutti al di là della celebrazione eucaristica. La Chiesa prega dunque il Padre di inviare lo Spirito Santo, perché faccia della vita dei fedeli un'offerta viva a Dio attraverso la trasformazione spirituale a immagine di Cristo, la sollecitudine per l'unità della Chiesa e la partecipazione alla sua missione per mezzo della testimonianza e del servizio della carità.


In sintesi


1110 Nella liturgia della Chiesa Dio Padre è benedetto e adorato come sorgente di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza, con le quali ci ha benedetti nel suo Figlio, per donarci lo Spirito dell'adozione filiale.


1111 L'opera di Cristo nella liturgia è sacramentale perché il suo mistero di salvezza vi è reso presente mediante la potenza del suo Santo Spirito; perché il suo corpo, che è la Chiesa, è come il sacramento (segno e strumento) nel quale lo Spirito Santo dispensa il mistero della salvezza; perché, attraverso le sue azioni liturgiche, la Chiesa pellegrina nel tempo partecipa già, pregustandola, alla liturgia celeste.


1112 La missione dello Spirito Santo nella liturgia della Chiesa è di preparare l'assemblea a incontrare Cristo; di ricordare e manifestare Cristo alla fede dell'assemblea; di rendere presente e attualizzare, con la sua potenza trasformatrice, l'opera salvifica di Cristo, e di far fruttificare il dono della comunione nella Chiesa.


mercoledì 26 ottobre 2011

Verità della Fede - XXXIX parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Leggiamo oggi il terzo capitolo della Parte Terza che mostra come non sia vera la religione giudaica:





Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

PARTE TERZA


CONTRO I SETTARJ CHE NEGANO LA CHIESA CATTOLICA ESSERE L'UNICA VERA


CAP. III.



Non può esser vera la religione Giudaica.

1. Un tempo i giudei ebbero vera religione, vera legge e vera chiesa; ma dopo la venuta del Messia la lor religione non può esser più vera, perché secondo le stesse profezie da essi accettate per divine, ella dovea abolirsi, ed a quella succedere la nuova legge, come predisse Geremia1Ecce dies venient, dicit Dominus, et feriam domui Israel et domui Iuda foedus novum. Sulle quali parole poi scrisse l'apostolo2Dicendo autem novum, veteravit prius. Quod autem antiquatur et senescit, prope interitum est. Che poi il Messia sia già venuto, e che questo Messia sia stato Gesù Cristo già si è chiaramente provato nella seconda parte al capo IV. e seguenti; e consta dalle stesse loro scritture, da' miracoli del Salvatore e de' suoi discepoli, e dal castigo che i miseri giudei soffrono da sì lungo tempo per la loro ostinazione; mentre vedono i miseri il dominio della Giudea perduto, la città distrutta, il tempio bruciato, i sacrificj dismessi, ed essi dispersi per tutta la terra, senza re, senza sacerdoti e senza altare; il che tutto fu predetto da' profeti: ed essi lo vedono compitamente avverato coi fatti, e pure ostinati sieguono a negare il lor Salvatore.

2. Dicono che secondo le profezie di Davide e d'Isaia la venuta del Messia dovea essere preceduta da fiamme e fuoco, e che egli avea poi da venire con gloria e maestà. Ma si risponde che ivi si parla della seconda venuta che dovrà fare il Messia da giudice; ma parlandosi della sua prima venuta da Redentore, troppo chiaramente fu predetto da' profeti (come vedemmo al cap. VII. ed VIII. della parte II.) che il Messia in questa terra dovea esser povero, umile, disprezzato e crocifisso.

3. Dicono di più: ma noi abbiamo per la nostra sinagoga gli stessi segni che avete voi cristiani per la chiesa cattolica. Abbiamo l'antichità, perché la nostra religione è la più antica; l'universalità, perché i giudei sono sparsi per tutto il mondo; la visibilità perpetua, giacché da Mosè fino ad oggi da tutti si conosce la religione giudaica; abbiamo i miracoli, come sono quelli di Mosè, di Giosuè e d'altri, che sono ben noti; la santità, come fu quella dei patriarchi e dei profeti. Ma si risponde: in quanto all'antichità, sebbene la vostra religione è la più antica, nondimeno ella non è stata da Dio fondata per esser perpetua, ma temporale sino alla venuta del promesso Messia; onde è che, essendo questo Messia già venuto, ella al presente è religione morta, e riprovata da Dio; come in effetto si vede, giacché la medesima non ha più né tempio, né sacerdoti, né sacrificj. In quanto all'universalità, acciocché la religione sia universale, non basta che vi sieno più famiglie disperse per la terra che la sieguano, ma bisogna che ella fra tutte le nazioni pubblicamente si eserciti nel culto divino dalla medesima prescritto; il che non si avvera. In quanto alla visibilità perpetua, è totalmente falso che la sinagoga dopo la predicazione del vangelo sia visibile, com'è la chiesa cattolica; mentre ella è in disprezzo presso tutti non solo i cristiani, ma anche gl'infedeli. In quanto finalmente a' miracoli ed alla santità delle persone, dopo la venuta di Gesù Cristo i giudei non possono più vantare alcun miracolo, né alcun uomo santo. Né giova ad essi affacciare i miracoli e la santità de' loro padri; perché tali miracoli ed uomini santi esisteano in tempo che la loro sinagoga era vera religione, ma non possono al presente giovare ad una religione che più non sussiste; e quei miracoli ed uomini santi non confermano al presente la religione che adora Cristo venturo, ma quella religione che adora G. Cristo già venuto, la venuta di cui per tanti contrassegni è stata già evidentemente provata.

4. Inoltre i giudei non possono aver più vera religione, mentre non hanno più scrittura divina, essendo stati i loro libri corrotti. La loro scrittura oggi è il libro del Talmud scritto dai rabbini, i quali dicono che questa fu un'altra legge data a voce a Mosè; e pertanto gl'inventori del Talmud nel pubblicarlo ordinarono che tutte le cose ivi scritte si osservassero come leggi divine, ed imposero pena di morte a chi le negasse. Ma bisogna sapere che questo libro è pieno di favole, di errori e di bestemmie. In quanto ai misterj insegna che Dio tiene in cielo un luogo rimoto, dove in una parte della notte si ritira a piangere, ed ivi rugge come un lione dicendo: Oimè che distrussi la mia casa, e bruciai il tempio, e feci schiavi i miei figli! Dice di più che il Signore quante volte pensa di aver permesso che il suo popolo sia stato così afflitto, tante volte si batte il petto, e manda due calde lagrime nell'oceano. Dice che nel giorno parte si mette a studiar la legge ed anche il Talmud, parte ad insegnare ai fanciulli che muoiono prima dell'uso della ragione, e parte a giudicare il mondo, e nelle ultime tre ore si diverte con un dragone chiamato Leviatan. Dice che Dio prima di creare il mondo, facea molti mondi e li disfaceva per imparare l'arte di fabbricare 18 mila mondi, che appresso ha creati, e che egli va poi visitando la notte cavalcando sopra di un cherubino. Dice che Dio una volta ebbe a dire una menzogna, per metter pace fra Sara ed Abramo. Dice che Dio per aver diminuita la luce alla luna, a confronto di quella che ha data al sole, impose a Mosè che offerisse in sacrificio un bue, acciocché gli fosse perdonata questa colpa. Ove possono trovarsi inezie più sciocche e bestemmie più orrende di queste?

5. In quanto poi ai costumi, dice il Talmud che chi adora gl'idoli per amore o per timore, non pecca. Dice che non pecca chi maledice i suoi genitori, anzi lo stesso Dio, purché non proferisca i nomi di Adonai, di Eloim, o diSabaoth. Dice che se uno lega il compagno, e così lo fa morir di fame, o lo gitta dinanzi ad un lione, è libero dalla morte; altrimenti poi se lo fa morir di fame senza legarlo, o se lo gitta avanti le mosche. Dice che se un reo è condannato da tutti i giudici, è libero dalla morte; altrimenti poi se alcuno di essi lo condanna, ed alcuno no. Dice di più che chi non lascia di mangiare tre volte in ogni sabato, certamente si salva. Si leggono altre sciocchezze nel medesimo libro; ma queste bastano per vedere l'accecazione in cui sono caduti i presenti giudei in pena della loro ostinazione.

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1 C. 31. v. 31.

2 Hebr. 8. 13. 

martedì 25 ottobre 2011

La Città di Dio - XXXVIII parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio": continua la lettura del libro quarto dell'opera che si sofferma sull'imperialismo romano; oggi continuiamo a vedere il Santo d'Ippona "esaminare" a fondo la religione politeista romana, continuando a soffermarsi sulla falsa dea Fortuna:

Libro quarto
IMPERIALISMO ROMANO E POLITEISMO


19. Hanno in tanta considerazione la falsa divinità che chiamano Fortuna, da tramandare che la sua statua, dedicata dalle matrone e chiamata Fortuna femminile, ha parlato e ha ricordato non una ma più volte che le matrone l'avevano dedicata secondo i riti 39. Se il fatto è avvenuto non c'è da meravigliarsene. Per i demoni non è difficile ingannare anche con questi sistemi. Però i pagani avrebbero dovuto accorgersi dei loro scaltri artifici, perché avrebbe parlato proprio quella dea che sopraggiunge fortuitamente e non viene per meriti. Fu quindi Fortuna ciarliera e Felicità muta affinché gli uomini, in pieno accordo con Fortuna che li rendeva fortunati senza alcun merito, non si preoccupassero di vivere onestamente. E in definitiva se Fortuna parla, dovrebbe essere quella maschile e non quella femminile a parlare affinché non si sospettasse che proprio le matrone, che avevano dedicato la statua, avevano per muliebre loquacità inventato il fatto meraviglioso.


20. Hanno considerato dea anche la virtù. Se fosse una dea, sarebbe da preporre a molte. Ma poiché non è una dea ma un dono di Dio, si chieda a colui che solo la può dare e scomparirà ogni schiera di falsi dèi. Ma perché anche la fede fu creduta una dea ed ebbe anche essa un tempio e un altare?. In verità se un individuo ne ha la vera nozione si rende sua dimora. Ma da che cosa i pagani possono avere il concetto della fede, se una prima e fondamentale funzione è che si creda nel vero Dio? E perché non era stata sufficiente la virtù? Fra le virtù non vi è anche la fede? Infatti essi hanno diviso le virtù in quattro specie: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza 40 e poiché ognuna di esse ha le sue parti, la fede è fra le parti della giustizia e ha grandissima importanza per noi, perché conosciamo il significato di quel detto: Il giusto vive di fede 41. Ma, se la fede è una dea, mi meraviglio che individui desiderosi di una folla di dèi fecero torto a molte dee trascurando quelle alle quali avrebbero potuto egualmente dedicare tempietti e are. Perché la temperanza non meritò di essere una dea se nel suo nome alcuni capi romani raggiunsero una grande gloria? Perché inoltre la fortezza non è una dea se assisté Muzio quando stese la mano sulle fiamme, assisté Curzio che per la patria si gettò a capofitto in una voragine, assisté Decio padre e Decio figlio che si sacrificarono per l'esercito? Sia detto nel caso che la loro fu vera fortezza 42. Non è questo il momento di trattarne. Perché la prudenza e la sapienza non ebbero un posto fra le divinità? Forse perché col termine generale di virtù si onorano tutte? Per lo stesso titolo si poteva adorare un solo Dio, perché gli altri dèi sono considerati sue parti. Ma nell'unica virtù vi sono anche fede e pudicizia che tuttavia hanno ottenuto di avere per sé altari in particolari tempietti.


21. La menzogna e non la verità le rende dee. Sono doni del vero Dio e non dee in sé. Comunque se si hanno virtù e felicità, che altro si cerca? Che cosa basta a chi non bastano virtù e felicità? Infatti la virtù abbraccia tutto il bene che si deve compiere, la felicità tutto il bene che si deve conseguire. Giove era adorato perché le concedesse; e nel caso che siano un bene l'estensione e la durata del dominio, esse sono di competenza della felicità. Perché dunque non si è capito che sono un dono di Dio e non dee? Se comunque sono state considerate dee, per lo meno non si doveva cercare l'altra grande folla degli dèi. Tenuto conto delle mansioni di tutti gli dèi e dee, che i pagani hanno foggiato ad arbitrio secondo un loro pregiudizio, trovino se è possibile qualcosa che possa essere concesso da un dio a un individuo che ha la virtù, ha la felicità. Quale parte della cultura si poteva chiedere a Mercurio o a Minerva se la virtù le contiene tutte. La virtù fu definita dagli antichi anche arte del vivere moralmente 43. Hanno pensato pertanto che i Latini abbiano derivato il nome di arte dal termine greco che significa virtù 44. Ma se la virtù potesse essere concessa soltanto alla persona intelligente, che bisogno c'era del dio Cazio padre, che rendesse cauti, cioè avveduti, se questo lo poteva concedere anche Felicità? Nascere intelligenti è infatti della felicità; quindi, anche se la dea Felicità non poteva essere onorata da chi non era ancora nato affinché resa propizia gli concedesse questo favore, lo poteva accordare ai genitori che la onoravano perché nascessero loro figli intelligenti. Che bisogno c'era per le partorienti invocare Lucina, perché se le avesse assistite Felicità, non solo avrebbero partorito bene ma anche buoni figli? Che bisogno c'era di affidarli alla dea Opi mentre nascevano, al dio Vaticano quando vagivano, alla dea Cunina quando giacevano, alla dea Rumina quando poppavano, al dio Statilino quando stavano in piedi, alla dea Adeona quando entravano in casa, alla dea Abeona quando ne uscivano, alla dea Mente perché avessero una buona mente, al dio Volunno e alla dea Volunna perché volessero il bene, agli dèi nuziali perché si sposassero felicemente, agli dèi campestri e soprattutto alla ninfa Fruttisea perché avessero frutti abbondanti, a Marte e Bellona perché fossero buoni guerrieri, alla dea Vittoria perché vincessero, al dio Onore perché avessero onori, alla dea Pecunia perché fossero danarosi, al dio Bronzino e a suo figlio Argentino perché avessero monete di bronzo e di argento? Pensarono che Bronzino fosse padre di Argentino, perché la moneta di bronzo fu messa in circolazione prima di quella d'argento. Mi meraviglio che Argentino non desse alla luce Aurino perché in seguito venne anche la moneta aurea. Avrebbero preferito Aurino ad Argentino padre e a Bronzino nonno, come Giove a Saturno. Che bisogno c'era di onorare e invocare per i beni spirituali, fisiologici e materiali una così folta schiera di dèi? E neanche li ho ricordati tutti. I pagani stessi non hanno potuto provvedere tanti piccoli e particolari dèi per tutti i beni umani anche se passati in rassegna ad uno ad uno in particolare. In una grande e facile concentrazione poteva la sola dea Felicità accordarli tutti e non si sarebbe cercato un altro dio non solo per ottenere i beni ma anche per evitare i mali. Perché si doveva invocare la ninfa Fessonia per gli stanchi, la ninfa Pellonia per scacciare i nemici, come medico per gli ammalati, Apollo o Esculapio o tutti e due insieme se il pericolo era grande? Non si doveva invocare il dio Spiniese perché estirpasse le spine dai campi, né la dea Ruggine perché non assalisse il grano. Con la presenza e la protezione della sola dea Felicità o non sarebbero arrivati i malanni o sarebbero stati allontanati con estrema facilità. Infine poiché stiamo trattando di queste due dee, Virtù e Felicità, se la felicità è premio della virtù, non è dea ma un dono di Dio. Se invece è una dea, perché non dire che fa conseguire anche la virtù, dal momento che conseguire la virtù è grande felicità?


22. Per qual ragione dunque Varrone si vanta di rendere un grande servizio ai suoi concittadini perché non solo ricorda gli dèi che si devono adorare dai Romani, ma espone anche la mansione di ciascuno? Non giova nulla, egli dice, conoscere il nome e la figura di un medico e ignorare che è medico; così, soggiunge, non giova nulla sapere che Esculapio è un dio, se non sai che protegge la salute e perciò non sai il motivo per cui lo devi invocare. Lo conferma anche con un'altra similitudine. Dice che non solo non si può vivere agiatamente ma che non si può vivere affatto se non si conoscono il falegname, il mugnaio e il muratore, cui poter chiedere un servizio, ovvero se non si sa chi assumere come collaboratore, guida e insegnante. Allo stesso modo, egli afferma, non v'è dubbio che è utile la conoscenza degli dèi, se si sa anche quale virtù, facoltà e potere ha ciascun dio sulle varie cose. Da questo potremo conoscere, egli dice, quale dio, secondo la competenza di ciascuno, dobbiamo chiamare in aiuto e invocare per non comportarci come i mimi e non chiedere l'acqua a Bacco e il vino alle Linfe 45. È davvero una grande utilità. Ma chi non ringrazierebbe Varrone se affermasse il vero e insegnasse agli uomini ad adorare l'unico vero Dio da cui deriva ogni bene?


23. 1. Ma torniamo all'argomento. Se i loro libri e le tradizioni religiose sono vere e Felicità è una dea, perché non è stato stabilito che ella sola fosse adorata, dal momento che poteva accordare tutti i beni e rendere felici per la via più corta? Non si desidera una cosa per un'altra ma soltanto per esser felici. E perché Lucullo dopo tanti capi romani innalzò così tardi un tempietto a una dea tanto importante? E perché lo stesso Romolo, desiderando fondare una città felice, non innalzò di preferenza un tempio a lei? Non per altro scopo invocò altri dèi. Nulla sarebbe mancato se ella non fosse mancata. Egli stesso non sarebbe divenuto prima re e poi, a sentir loro, dio, se non avesse avuto favorevole questa dea. Perché ha stabilito come dèi per i Romani Giano, Giove, Marte, Pico, Fauno, Tiberino, Ercole ed altri ancora? E perché Tito Tazio ha aggiunto Saturno, Opi, Sole, Luna, Vulcano, Luce e gli altri che ha aggiunto, fra cui anche Cloacina, trascurando Felicità? Perché Numa ha introdotto tanti dèi e dee e non lei? Forse in tanta ressa non riuscì a vederla? Anche re Ostilio non avrebbe introdotto come dèi nuovi per renderli propizi Pavore e Pallore, se avesse conosciuto e adorato questa dea. Con la presenza di Felicità ogni pavore e pallore non si sarebbe allontanato perché reso propizio ma sarebbe fuggito perché scacciato.


domenica 23 ottobre 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - XVII

Proseguiamo l'appuntamento domenicale con "Filotea: Introduzione alla vita devota" di San Francesco di Sales. Proseguiamo la lettura delle Meditazioni con la nona il cui tema è l'elezione e la  scelta del Paradiso:




FILOTEA
Introduzione alla vita devota

(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE


Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla

CAPITOLO XVII

Nona Meditazione: ELEZIONE E SCELTA DEL PARADISO


Preparazione

Mettiti alla presenza di Dio.

Umiliati davanti a lui e pregalo che ti ispiri.

Considerazioni

Immagina di essere in aperta campagna, sola con il tuo Angelo, come il giovane Tobia sulla via di Rage; immagina che l’Angelo ti inviti alla contemplazione del Paradiso, spalancato in alto, davanti a te: tu vi scorgi tutte le cose belle sulle quali abbiamo già meditato.

In basso poi, ti fa vedere la voragine dell’inferno, anch’essa spalancata davanti a te, con tutti i tormenti che ti ho descritto quando ti ho guidato alla meditazione dell’inferno.

Dopo aver immaginato questa doppia visione, mettiti in ginocchio davanti al tuo Angelo.

Pensa quanto sia vero che tu ti trovi tra il Paradiso e l’Inferno; come pure è vero che l’uno e l’altro sono spalancati per riceverti secondo la scelta che tu farai.

Pensa che la scelta che farai dell’uno o dell’altro in questo mondo, durerà eternamente nell’altro.

Pensa che, pur essendo entrambi spalancati per accoglierti, secondo la tua scelta, e la sensazione della giustizia di Dio o della sua misericordia, tuttavia Dio desidera, con un desiderio senza pari, che tu scelga il Paradiso; e l’Angelo ti fa pressioni nello stesso senso e ti offre, da parte di Dio, mille grazie e mille aiuti per salire.

Cristo Gesù, dall’alto del Cielo, ti guarda con amore e ti invita con dolcezza: Vieni, anima diletta, a riposarti eternamente tra le braccia della mia bontà, che ti ha preparato delizie immortali nel suo amore generoso per te. Contempla con gli occhi dell’anima la Vergine santa che ti invita con amore di Madre: Coraggio, figlia mia, non ignorare i desideri del mio Gesù e le preghiere che gli rivolgo per te, perché voglio, con Lui, la tua salvezza eterna. Dà uno sguardo ai Santi che ti incoraggiano e un altro milione di anime che ti invita con dolcezza e vuole soltanto vederti un giorno unita a loro, nella lode eterna di Dio; e ti garantiscono che il cammino verso il Cielo non è poi così difficile come vuol far credere il mondo: coraggio, ti dicono, amica cara, chi valuta bene il cammino della devozione per il quale siamo saliti, scoprirà che siamo giunti a queste delizie attraverso altre delizie infinitamente più dolci di quelle del mondo.

Scelta

O inferno, io ti detesto per sempre; detesto i tuoi supplizi, i tuoi tormenti; detesto la tua eternità di maledizione e di infelicità. Soprattutto odio le tue eterne imprecazioni e bestemmie che scagli contro il mio Dio. Rivolgo il cuore e l’anima dalla tua parte, o beato paradiso, gloria eterna, felicità senza fine, eleggo per sempre, irrevocabilmente, la mia dimora nelle tue belle case e nei tuoi santi e desiderabili tabernacoli.

Mio Dio, benedico la tua misericordia ed accetto l’offerta che me ne fai. Gesù Salvatore, accetto il tuo amore eterno, avallo l’acquisto del posto che tu hai fatto per me in quella beata Gerusalemme, solo per amarti e benedirti per sempre.

Accetta i favori che la Vergine e i Santi ti offrono; prometti loro di seguirli nello stesso cammino; tendi la mano al tuo Angelo perché ti guidi; incoraggia la tua anima a questa scelta.

sabato 22 ottobre 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 75 - Giudizio pieno e universale

Salmo 75   

Giudizio pieno e universale 
[1]Al maestro del coro. Su «Non dimenticare».
Salmo. Di Asaf. Canto.
[2]Noi ti rendiamo grazie, o Dio, ti rendiamo grazie:
invocando il tuo nome, raccontiamo le tue meraviglie. 

[3]Nel tempo che avrò stabilito
io giudicherò con rettitudine.
[4]Si scuota la terra con i suoi abitanti,
io tengo salde le sue colonne. 

[5]Dico a chi si vanta: «Non vantatevi».
E agli empi: «Non alzate la testa!».
[6]Non alzate la testa contro il cielo,
non dite insulti a Dio. 

[7]Non dall'oriente, non dall'occidente,
non dal deserto, non dalle montagne
[8]ma da Dio viene il giudizio:
è lui che abbatte l'uno e innalza l'altro. 

[9]Poiché nella mano del Signore è un calice
ricolmo di vino drogato.
Egli ne versa:
fino alla feccia ne dovranno sorbire,
ne berranno tutti gli empi della terra. 

[10]Io invece esulterò per sempre,
canterò inni al Dio di Giacobbe.
[11]Annienterò tutta l'arroganza degli empi,
allora si alzerà la potenza dei giusti. 

Commento del compianto Padre Lino Pedron dal sito www.padrelinopedron.it

"Questo salmo oppone all’esaltazione dell’orgoglio il rimedio dell’umiltà, consolando gli umili nella speranza" (s. Agostino).
Scrive J. Cardonnel: "Dio opera prima di tutto - e in questo rivela di essere Dio - facendo sua la causa dei calpestati, degli ultimi, dei dimenticati... Mentre altri dèi avallano le vittorie dei loro popoli, è proprio del Dio unico intervenire nel cuore dell’abbandono e della derelizione. Così la rivelazione ha inizio dal più schiacciato dei popoli che passa profeticamente dall’oppressione alla libertà".
La comunità di Dio, adunata insieme, enumera le opere divine della salvezza, ma si trova in uno stato di oppressione nel quale attende da lungo tempo un intervento di Dio. Per questo il salmista proclama il messaggio profetico del futuro giudizio divino, appoggiandosi ad Ab 2,3: "Una rivelazione è questa, ancora prorogata, ma si avvicina al termine e non inganna. Se indugia, tu però aspettala. Sicuramente si avvera e non può mancare".
La tentazione cui è sottoposta la comunità dei credenti di questo salmo è sempre presente sulla via del popolo di Dio pellegrinante sulla terra: Dio è onnipotente, e perché allora la sua causa in questo mondo è così priva di forza? In una prova di questo tipo, la fede deve testimoniare perseverando nella lode di Dio, accogliendo dalla rivelazione biblica l’assicurazione data da Dio stesso, che è lui che dirà l’ultima parola della storia e che la dirà una volta per tutte alla fine.
Commento dei padri della chiesa
v. 2 "È la chiesa del Cristo che parla" (Origene).
"Canto trionfale sull’immortalità" (Simmaco).
"È il Cristo che parla in questo salmo; e quando i verbi sono al plurale, egli si associa le proprie membra" (Ruperto).
v. 3 "Il Verbo dice: Quando verrà il tempo che tu hai stabilito perché io dimori sulla terra, o Padre, racconterò i tuoi prodigi alle nazioni" (Origene).
"Il Figlio dell’uomo ha stabilito il suo tempo: concede tempo al penitente, ma non risparmierà chi non si degna di fare penitenza" (Agostino).
v. 5 "Io sono Onnipotente, Creatore e Giudice. Prima di punire annunzio il castigo, perché ci si converta" (Teodoreto).
v. 6 "L’empietà contro Dio consiste nel dire: Egli non si occupa della terra; i cattivi sono sazi e i buoni sono miseri" (Agostino).
vv. 7-8 "Tutti gli uomini pensino al giudizio e mettano fine alle loro ingiustizie. Il Giudice non è lontano. È presente dovunque" (Eusebio).
v. 9 «Il Signore tiene nella mano un calice dove spreme il frutto degli uomini, buono o cattivo, finché sia pieno. I cattivi berranno la feccia dei loro peccati; i buoni il calice di vita del Signore: "Fino a quando io lo beva con voi nel regno dei cieli" (cfr. Mt 26,29)» (Atanasio).
"Il Signore tiene questo calice nella mano perché è il giudice e versa la sua misericordia o la sua ira... Quando Dio fa ricadere la perfidia dell’uomo sul suo capo, l’uomo beve una bevanda che lui stesso ha mesciuto" (Baldovino di Ford).
«Qui "feccia" non è lo sporco, ma la parte più forte del vino. Tutti i peccatori ne berranno alla fine, quando avranno la fortuna di credere» (Cassiodoro).
v. 10 "Il Cristo parla a nome della sua chiesa" (Cassiodoro).
v. 11 "La morale del salmo è di respingere l’orgoglio che allontana da Dio e abbracciare l’umiltà che unisce a lui i santi nella carità" (Cassiodoro).

giovedì 20 ottobre 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XLVIII

Proseguiamo l'appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ci addentriamo nel capitolo primo della parte seconda cominciando la lettura dell'Articolo 1:



PARTE SECONDA  
LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO

SEZIONE PRIMA 
L'ECONOMIA SACRAMENTALE

CAPITOLO PRIMO 
IL MISTERO PASQUALE NEL TEMPO DELLA CHIESA

ARTICOLO 1 
LITURGIA - OPERA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

I. Il Padre, sorgente e fine della liturgia

1077 « Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto » (Ef 1,3-6).


1078 Benedire è un'azione divina che dà la vita e di cui il Padre è la sorgente. La sua benedizione è insieme parola e dono (bene-dictio, ,Û-8@(\"). Riferito all'uomo, questo termine significherà l'adorazione e la consegna di sé al proprio Creatore nell'azione di grazie.


1079 Dall'inizio alla fine dei tempi, tutta l'opera di Dio è benedizione. Dal poema liturgico della prima creazione ai cantici della Gerusalemme celeste, gli autori ispirati annunziano il disegno della salvezza come una immensa benedizione divina.


1080 In principio, Dio benedice gli esseri viventi, specialmente l'uomo e la donna. L'alleanza con Noè e con tutti gli esseri animati rinnova questa benedizione di fecondità, nonostante il peccato dell'uomo, a causa del quale il suolo è « maledetto ». Ma è a partire da Abramo che la benedizione divina penetra la storia degli uomini, che andava verso la morte, per farla ritornare alla vita, alla sua sorgente: grazie alla fede del « padre dei credenti » che accoglie la benedizione, si inaugura la storia della salvezza.


1081 Le benedizioni divine si manifestano in eventi mirabili e salvifici: la nascita di Isacco, l'uscita dall'Egitto (Pasqua ed Esodo), il dono della Terra promessa, l'elezione di Davide, la presenza di Dio nel Tempio, l'esilio purificatore e il ritorno del « piccolo resto ». La Legge, i profeti e i salmi, che tessono la liturgia del popolo eletto, ricordano queste benedizioni divine e nello stesso tempo rispondono ad esse con le benedizioni di lode e di rendimento di grazie.


1082 Nella liturgia della Chiesa, la benedizione divina è pienamente rivelata e comunicata: il Padre è riconosciuto e adorato come la sorgente e il termine di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza; nel suo Verbo, incarnato, morto e risorto per noi, egli ci colma delle sue benedizioni, e per suo mezzo effonde nei nostri cuori il dono che racchiude tutti i doni: lo Spirito Santo.


1083 Si comprende allora la duplice dimensione della liturgia cristiana come risposta di fede e di amore alle « benedizioni spirituali » di cui il Padre ci fa dono. Da una parte, la Chiesa, unita al suo Signore e sotto l'azione dello Spirito Santo,17 benedice il Padre per il « suo ineffabile dono » (2 Cor 9,15) con l'adorazione, la lode e l'azione di grazie. Dall'altra, e fino al pieno compimento del disegno di Dio, la Chiesa non cessa di presentare al Padre « l'offerta dei propri doni » e d'implorare che mandi lo Spirito Santo sull'offerta, su se stessa, sui fedeli e sul mondo intero, affinché, per la comunione alla morte e alla risurrezione di Cristo Sacerdote e per la potenza dello Spirito, queste benedizioni divine portino frutti di vita « a lode e gloria della sua grazia » (Ef 1,6).


II. L'opera di Cristo nella liturgia


Cristo glorificato...


1084 « Assiso alla destra del Padre » da dove effonde lo Spirito Santo nel suo corpo che è la Chiesa, Cristo agisce ora attraverso i sacramenti, da lui istituiti per comunicare la sua grazia. I sacramenti sono segni sensibili (parole e azioni), accessibili alla nostra attuale umanità. Essi realizzano in modo efficace la grazia che significano, mediante l'azione di Cristo e la potenza dello Spirito Santo.


1085 Nella liturgia della Chiesa Cristo significa e realizza principalmente il suo mistero pasquale. Durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con l'insegnamento e anticipava con le azioni il suo mistero pasquale. Venuta la sua Ora,18 egli vive l'unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto, risuscita dai morti e siede alla destra del Padre « una volta per tutte » (Rm 6,10; Eb 7,27; 9,12). È un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti dal passato. Il mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell'eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. L'evento della croce e della risurrezione rimane e attira tutto verso la vita.


...dalla Chiesa degli Apostoli...


1086 « Come Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli Apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e trasferiti nel regno del Padre, ma anche perché attuassero, per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s'impernia tutta la vita liturgica, l'opera della salvezza che annunziavano ».19


1087 Pertanto, donando lo Spirito Santo agli Apostoli, Cristo risorto conferisce loro il proprio potere di santificazione:20 diventano segni sacramentali di Cristo. Per la potenza dello stesso Spirito Santo, essi conferiscono tale potere ai loro successori. Questa « successione apostolica » struttura tutta la vita liturgica della Chiesa; essa stessa è sacramentale, trasmessa attraverso il sacramento dell'Ordine.


...è presente nella liturgia terrestre...


1088 « Per realizzare un'opera così grande [la dispensazione o comunicazione della sua opera di salvezza] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, "egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti", sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro" (Mt 18,20) ».21


1089 « In quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua Sposa amatissima, la quale prega il suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'Eterno Padre ».22


...che partecipa alla liturgia celeste


1090 « Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa Città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro dei santi e del vero tabernacolo; con tutte le schiere della milizia celeste cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di ottenere un qualche posto con essi; aspettiamo, quale Salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, nostra vita, e noi appariremo con lui nella gloria ».23


mercoledì 19 ottobre 2011

Verità della Fede - XXXVIII parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Concludiamo la lettura del cap. II con il secondo paragrafo nel quale confuta la setta dei manichei:



Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

PARTE TERZA


CONTRO I SETTARJ CHE NEGANO LA CHIESA CATTOLICA ESSERE L'UNICA VERA


CAP. II.


§. 2. Della falsa setta de' Manichei.

20. Diciamo qui ancora qualche cosa della setta dei manichei, i quali in parte sono simili a' gentili, mentre ammettono due dei distinti. Questi tengono esservi due principj, o sia due dei indipendenti ed eterni, ma contrari l'uno all'altro, uno sommamente buono, l'altro sommamente malo. Or chi non vede l'insussistenza di un sistema così empio e così ridicolo? Un principio solamente malo esistente ripugna in se stesso; perché se si considera un tal principio contrario in ogni cosa al principio buono, egli non sarebbe altro che un infinito niente, il quale non ha alcuna perfezione, né di potenza, né d'intelligenza e neppure di realtà. Se poi s'intendesse come un principio che possedesse tutte le altre perfezioni di potenza, intelligenza ecc., ma fosse di natura malevola, egli sarebbe composto di attributi ripugnanti. Poiché se fosse intelligente, dovrebbe intendere quel che è retto, ed intendendo il retto, come potrebbe poi rifiutarlo? Almeno, in questa ipotesi, egli sarebbe un Dio ingiusto ed infelice; ingiusto, perché sarebbe contrario al retto senza giusta causa: infelice, perché odierebbe la stessa sua natura così perversa, che odia il bene conosciuto. Oltreché Iddio si considera come un ente infinitamente perfetto: e come poi un ente sommamente malo può considerarsi qual Dio, mancandogli l'esser pietoso verso i miseri, ed anche l'esser benevolo verso i buoni?

21. Si aggiunge che se vi fossero questi due principj tra loro opposti, o la potenza loro sarebbe ineguale o sarebbe eguale. Se fosse ineguale, o prevarrebbe il principio buono, ed egli non permetterebbe mai che il malo operasse; o prevarrebbe il principio malo, e nel mondo non vi sarebbe alcun bene. Se poi si volesse fingere che questi due principj avessero egual potenza, in tal caso non vi sarebbe nel mondo altro che una continua confusione e sconcerto; poiché l'uno continuamente perturberebbe l'opera dell'altro.

22. Più ridicola poi è la convenzione che finge tra questi due principj l'empio Bayle. Si domanda: tra questi due principj chi avrà determinati i termini del bene che vorrebbe fare il principio buono, ed i termini del male che vorrebbe fare il principio malo, giacché l'uno e l'altro sono indipendenti? Inoltre a chi di questi due sarebbe data la facoltà di creare gli uomini? Forse sta limitato a ciascuno il numero delle anime che debbono crearsi? E chi ha stabilita questa limitazione? A chi poi spetterà la potestà di condannare o di perdonare? Ma a che serve più l'andar esaminando questa convenzione così inetta, quando non può considerarsi un ente che sia Dio, e non sia, come di sopra si disse, sommo, perfettissimo, onnipotente e rettore del tutto?